Sport & DintorniAnno 2 N°5

Così parlò Zeman profeta del gol

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Fosse ancora vivo il grande Andrea Pazienza, quel tipo alto e dal viso allungato, con la sigaretta eternamente incollata sulle labbra sarebbe uno dei suoi personaggi più amati. Alla Paz e Pert, per capirci. Gli farebbe dire quelle cose che possiamo solo immaginare, saprebbe riempire i suoi proverbiali silenzi con tocchi di pura maestria dentro nuvole erranti nell’aria lieve delle sue tavole cult. Ma Pazienza non c’è più da un pezzo, mentre quello alto e smilzo, con lo sguardo che sembra tagliarti in due, affumicato dal miliardo di cicche finora fatte fuori, c’è ancora, per la gioia di chi rincorre il calcio spandendolo sui maccheroni non solo la domenica, com’era prassi ai tempi di Cicolella padre, ma otto giorni su sette come capita a Foggia.

Benvenuti a Zemanlandia Due. Il ritorno e non la vendetta. Quella, tutt’al più, potrebbe desiderarla solo don Pasquale. Quello alto, biondo, smilzo e fumante come sempre, è il personaggio che Andrea Pazienza da San Severo avrebbe amato: Zeman, pronunciato proprio come si fa con Zorro, con enfasi.
Di lui si è detto di tutto e di più, e a interrogare i 56 milioni di giornalisti sportivi distribuiti nello Stivale, ce ne sono pochi disposti a sacrificarlo sulla croce. La storia è troppo nota perché se ne occupi una rivista come la nostra. Molto più bello e appagante ricordare quel che avvenne all’inizio degli anni ’90, quando una squadra di provincia, del Sud dimenticato da Dio, ritornò in serie A sconvolgendo il calcio italiano. Era il Foggia di mister Zeman, l’allenatore capace di miracoli imprevisti e di rocambolesche rimozioni. Lui, più cocciutamente, preferisce usare il singolare: «Una sola volta sono stato esonerato davvero, nel 1996, dalla Lazio».

Cosa riuscì a combinare il Foggia di quegli anni è roba da studiare all’Università, del calcio s’intende. Convintamente votato alla “zona”, riuscì a costruire – sulle fondamenta di un geometrico 4-3-3, con l’ausilio di emeriti e giovanissimi sconosciuti, comprati a buon mercato nelle serie minori – una squadra-mitraglia, capace di segnare valanghe di gol e di incassarne altrettanti, per la gioia di spettatori paganti che, ai sogni di grandezza (sfumati a un passo dalla Coppa UEFA), alternavano il piacere di andare allo stadio anche solo per vedere del buon calcio.
Zeman divenne Zeman con poco: interviste con pause interminabili, risposte spiazzanti, calcio sempre giocato e calciatori sottoposti a necessari stress fisici per poter pretendere da loro risultati e bel gioco.
Quel sogno durerà tre annate, poche nella storia di una società di calcio, una enormità per gli annali sportivi. Poi, come sovente accade, le strade si dividono e «mister Zeman» dilaga con Roma e Lazio (vicinissime allo scudetto), inciampa con Bologna e Napoli, esce di scena, rientra, lancia accuse che non possono restare inascoltate e spacca il giocattolo, con le sue denunce sul calcio dopato e devastato dal commercio. Finirà per diventare personaggio scomodo, sgradito ai grandi club, pericolo pubblico da evitare.
Tra alti e bassi Zdenek Zeman torna nel giro, non più in quello delle società che lottano per scudetti e trofei, ma in quelle un po’ più in ombra. Fino a quando non si riaccende l’antenna di Zemanlandia, che capta a Foggia il segnale giusto per ricominciare la sfida. E la sfida ricomincia. Con valanghe di gol fatti e altrettanti subiti.
E questo è quel che pensa Zeman, quando (sabato 4 dicembre, subito dopo la consueta conferenzastampa tenuta allo “Zaccheria” – nda) ha gentilmente risposto alle nostre domande, incentrate non solo sul più bel gioco del mondo e – incredibile! – senza sigarette e senza troppe pause.
Per me, che manco dagli spogliatoi dello “Zaccheria” e dalle interviste agli allenatori del Foggia dai tempi di Ettore Puricelli (era il 1978, l’altroieri…), avere a disposizione Zdenek Zeman oggi è come essere andati sulla Luna ed esservi
tornato qualche giorno fa. Ecco perché preferisco non parlare solo di calcio giocato e di rossoneri foggiani, rischierei la duplicazione di domande scontate. Scelgo una diversa “perlustrazione” dell’illustre e gradito interlocutore, cominciando da un episodio che certamente lo ha segnato.

-Zeman, lei è nato a Praga, nell’allora Cecoslovacchia. Arrivò in Italia, intorno al 1968, quando il suo Paese veniva invaso dai carrarmati russi. Poi, circa 20 anni dopo, la sua Patria si è divisa, con le attuali Repubblica Ceca e Slovacchia. Crede che anche l’Italia possa correre questo rischio, o meglio: quello di una secessione?
-No, non lo credo. Sono solo discorsi che fanno certi politici… Noi per la verità (si riferisce alle regioni corrispondenti all’attuale Rep. Ceca – nda) stavamo bene, avevamo le industrie. E’ stata la Slovacchia a volersi dividere. Pensavano di avere dei vantaggi separandosi. Non basta avere del combustibile, l’agricoltura. Hanno fatto una mossa sbagliata a mio avviso.

-Da ragazzini si sogna di fare il calciatore. Io ricordo che un paio di amici, addirittura, ambivano fare l’arbitro, ma generalmente nessuno parla mai di voler fare l’allenatore. Lei, invece, ci aveva mai pensato?
-Lo immaginavo da sempre. Intanto sin da piccolo ho frequentato i campi sportivi, ho praticato vari sport, poi mi sono iscritto all’Università a Praga, dove ho potuto completare solo 3 dei 5 anni previsti. A Palermo mi sono dovuto iscrivere all’ISEF e lì mi sono diplomato, sempre con l’intenzione di fare l’allenatore, tanto è vero che ho fatto anche l’allenatore di nuoto, pallavolo, pallamano prima di arrivare al calcio.

-E all’ISEF si è diplomato con una tesi sulla Medicina dello sport: possiamo dire che si è trattato di una sorta di “presagio” di quel che sarebbe accaduto 30 anni dopo, con le sue note accuse di doping verso qualche grande club?
-Qui Zeman elude un po’ la domanda o forse non ha compreso i passaggi e, sempre con fare gentile, la mette sul familiare: La passione per la Medicina me l’hanno trasmessa in famiglia: prima mio padre, che era chirurgo e voleva che mi laureassi in Medicina, mentre poi ho scelto un’altra via, quella che mi interessava di più. E poi c’era anche mia sorella, pure lei medico.

-Di doping, in quanto tale, all’epoca forse se ne parlava ancora poco. Il solo ciclismo probabilmente ne era toccato…
-No, no, se ne parlava. Oltre al ciclismo ricordo il nuoto e l’atletica, con quel che si diceva della Repubblica Democratica Tedesca che, se ben ricorda, dominava la scena sportiva di quegli anni e c’era sempre il problema di come mai accadessero certe cose…

-Poi lei è arrivato in Italia, vi si è definitivamente trasferito e, strada facendo, è diventato il personaggio che conosciamo. Sa che ho fatto una scoperta curiosa sul suo conto? Ho scoperto che lei è pensionato! Lo è ancora?
-Ci pensa un po’ prima di rispondere, il tutto in pieno… stile Zeman: Sì, lo sono. Del resto nello sport penso che si possa
già andare in pensione a 45 anni, a differenza di altri mestieri.

-Senta Zeman, ma c’è la possibilità che lei resti a vita a Foggia? E se sì, a quali condizioni ciò potrebbe accadere.
-Non si sa mai! Del resto il futuro è sempre difficile da leggere e io non ho nemmeno le carte per poterlo leggere… Quello che posso dire è che a Foggia mi sono trovato bene 20 anni fa e mi trovo bene adesso, anche se in un altro ambiente e in un’altra categoria.

-Parliamo, allora, un po’ di calcio e ci spieghi se ha trovato qualche sostanziale differenza tra il Foggia di Casillo e Pavone di oggi e quello di 16 anni fa?
-No, non a livello di calcio in quanto tale. Forse è cambiata la città, nel senso che ora si è un po’ tutti chiamati a fare sacrifici. E nonostante tutto io sono contento di quanto la gente ci segua: siamo la squadra più seguita, in quanto a presenze, a livello di Lega Pro e immagino quanti sacrifici debbano fare per venirci a vedere.

-Zeman, tutti concordano sul fatto che il suo calcio è bello da vedere, è brioso, garantisce sempre molti gol. Dicono, però, che occorra anche saper vincere poiché chi paga per vedervi esige anche la conquista di risultati e non solo il bel gioco. Normale allora, chiederle, se in fondo non ci sia qualche alternativa al suo 4-3-3…
-Io non ce l’ho, anche perché credo in quello che sto facendo. Circa i risultati che non ci sono, beh, occorre anche considerare la forza degli avversari. Sicuramente noi non siamo Milan nè Inter, ed anche nella nostra categoria ci sono società che spendono 20 volte più di noi, hanno giocatori di esperienza mentre noi no, e quindi è normale che si possa perdere; ma io sono contentissimo di come sta andando il campionato e di quanto la squadra finora ha realizzato proprio in considerazione del fatto che ci sono certe squadre.

-Mi faccia fare una domanda giocando un po’ sull’assurdo: a quali condizioni sarebbe possibile vedere Zeman sulla panchina della Juventus? E innanzitutto: lei accetterebbe?
-Per me non c’è più questa eventualità. Io non ci penso più e nemmeno la Juventus credo lo faccia. Magari c’è stato un periodo nella mia vita in cui si pensava che avrei potuto fare qualcosa nella Juventus (probabilmente allude al periodo in cui lo zio Vikpalec allenava i bianconeri all’inizio degli anni ‘70 – nda) ma oggi penso che sia da escludere questa ipotesi.

-Parliamo un po’ di tifosi, Zeman. Lei ha allenato moltissime squadre, conosce bene l’Italia, forse al Nord ha allenato di meno (mi pare che è stato solo a Brescia e Bologna): ha notato qualche distinzione a livello di tifoserie? Quella del Foggia, in particolare, in cosa si connota rispetto ad altre tifoserie?
-A Brescia sono stato solo pochi mesi e in ogni caso è certo che il calore che può dare la gente del Sud, al Nord non lo si vede! Lì sono più distaccati anche se poi c’è la frangia dei violenti. E poi a me piace vedere la gente che segue il calcio, che vive di calcio, che cerca di aiutare la squadra. Penso che le squadre del Sud abbiano una spinta in più rispetto a quelle del Nord.

-E parliamo invece della sua squadra: quest’anno il Foggia che margini di miglioramento ha?
-Per me ha grossi margini ulteriori di miglioramento, poi bisogna approfittare della possibilità di migliorarsi, di lavorare su quello e per quell’ obiettivo. Non è facile, logicamente. E poi abbiamo la squadra più giovane di tutti i campionati professionistici d’Italia. La buona volontà, la voglia di migliorarsi e la voglia di arrivare a fare le cose importanti nelle serie superiori, spero porti questi ragazzi ad andare avanti.

-Mister, per concludere la invito a un gioco: ci farebbe una sua ipotetica “formazione ideale”, mettendo ruolo per ruolo i calciatori che maggiormente l’hanno impressionata e che lei ha avuto qui a Foggia?
-Ma no, questo gioco non posso farlo! E non per altro, ma perché ho avuto la fortuna di allenare tanti bravi giocatori che sarebbe difficile trovare 11 nomi.

Così parlò Zeman. Profeta del gol .

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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