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L’alba della speleologia verticale nel Gargano

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Sul finire degli anni Cinquanta, mentre al Nord fervevano le grandi esplorazioni alla Spluga della Preta nei Monti Lessini, all’Antro del Corchia sulle Alpi Apuane e in altri grandi complessi carsici, nessuna delle cavità verticali del Gargano era stata ancora discesa. Tra le tante voragini sparse un po’ ovunque nel promontorio garganico, quella ubicata nella Selva di Zazzano (San Marco in Lamis) suscitava da sempre curiosità e interrogativi in tutti coloro che, intimoriti ed esterrefatti, usavano avvicinarvisi. La notizia dell’esistenza di questa grande voragine inesplorata pungolò l’interesse del Prof. Pietro Parenzan che il 23 settembre 1957, assieme ad un gruppo di speleologi del Centro Speleologico Meridionale di Napoli e del Centro Speleologico Ricerche Scientifiche di Roma, compì una prima ricognizione esplorativa nella grava. Infatti, nei pressi della voragine, in breve, fu allestito un grosso accampamento; a quei tempi, infatti, le esplorazioni speleologiche prevedevano sempre un grande dispiegamento di uomini e mezzi. Le persone addette ai vari servizi erano una trentina, tra cui due Guardie Campestri e tre Carabinieri, addetti al servizio d’ordine per contenere la folla di curiosi. Per la realizzazione dell’impresa furono coinvolti il Comiliter di Napoli, nonchè i Comandi dei Vigili del Fuoco di Napoli, Salerno e Foggia che fornirono scale pesanti, corde e telefoni da campo. Nel corso di quel primo tentativo, furono raggiunti i 77 metri di profondità senza tuttavia toccare il fondo del pozzo. Scriveva in seguito il Parenzan: «Il grande mistero di San Marco in Lamis era la Grava di Zazzano, la solita orrenda voragine… senza fondo, che alimentava una serie di leggende e storielle, di donne gettatevi per punizione, di tragedie dell’odio e vendette politiche, di cadute accidentali. L’immensa Grava da secoli inghiottiva tutto, ed era guardata con rispetto dai nativi». Le operazioni proseguirono alacremente nei giorni successivi e, finalmente, domenica 29 settembre, alle ore 10,00, fu raggiunta la parte terminale della cavità. Tra i partecipanti, oltre al Parenzan, il dott. Angelo Cursio, già Sindaco di San Marco in Lamis (uno dei protagonisti dell’ esplorazione di Zazzàno), che peraltro fu il primo a mettere piede al fondo della grotta. La grande voragine tornò nuovamente alla ribalta delle cronache nel 1981, in occasione di una discesa effettuata da volontari del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico al fine di verificare se all’interno della cavità vi fosse traccia di un’intera famiglia scomparsa da tempo nel Gargano. L’indagine ebbe esito negativo. Nel dicembre del 1985, il sottoscritto, assieme ad altri amici del “Gruppo Speleologico Dauno”, iniziò una serie di discese nella Grava con lo scopo di controllare alcune aperture che occhieggiavano inesplorate lungo le pareti del grande imbuto roccioso iniziale. Il risultato fu la scoperta di un nuovo pozzo di 25 metri, che infine si ricollega a quello principale, e di due gallerie orizzontali per complessivi 70 metri di sviluppo.
NOTE DESCRITTIVE
La cavità è ubicata nel cuore di un vasto altipiano carsico caratterizzato dalla presenza di moltissime doline e uvale, al cui fondo spesso è presente un’apertura che funge da inghiottitoio attivo temporaneo delle acque meteoriche. L’imbocco della Grava si trova in una di queste conche e, relativamente alla parte iniziale del pozzo (la cosiddetta “zona liminare”, secondo la classificazione proposta da Anelli), è coperto da fitta vegetazione costituita principalmente da fanerogame, edere e felci. Man mano che si scende all’interno della voragine, queste ultime lasciano il posto a sottili tappeti di muschio ed alle epatiche. Dopo alcune decine di metri, infine, anche queste forme di vita vegetale scompaiono, mettendo a nudo la bianca roccia calcarea. Un marcato solco torrentizio, permette di scendere per una decina di metri all’interno della cavità e di affacciarsi su una sorta di balcone naturale dove è possibile ammirare la maestosità della grande voragine carsica. Il baratro, profondo circa 95 metri, è scavato nei calcari del Malm-Cretaceo inferiore (Formazione di San Giovanni Rotondo), ed è impostato su un’evidente linea di faglia orientata in senso Nord Ovest – Sud Est. A causa dell’intensa tettonizzazione, la roccia incassante si presenta notevolmente fratturata e molto franosa. A circa 40 metri di profondità, le pareti del pozzo si avvicinano per poi allontanarsi nuovamente in corrispondenza di una zona caratterizzata dalla presenza di alcune nicchie e di una lunga cengia che, per alcune decine di metri, borda una parete della grande verticale. Più in basso la sezione della voragine si riduce ed assume morfologia ellittica. Alla base della verticale, forma e dimensioni si presentano più contenute (larghezza 4 metri). Da questo punto ha inizio una galleria che dopo 60 metri di sviluppo sub orizzontale diviene impraticabile. Nella parte mediana di tale galleria si apre una marcata depressione dove si raccolgono le acque che, durante le precipitazioni atmosferiche, sono drenate alla cavità. Dieci metri sotto l’orlo del pozzo ’accesso, si dipartono due condotte eandriformi scavate nei giunti di trato, con vistosi canali di volta, la ui genesi è dovuta presumibilmente d erosione antigravitativa. La prima i queste gallerie (circa 25 metri di viluppo) è ubicata nella parete Nord st del grande pozzo e presenta poche iramazioni. L’altra condotta si pre con un bel portale lungo la parete ud Ovest e, dopo 10 metri, presenta na biforcazione. Seguendo la via che dirige verso Est, la sezione i restringe ed in breve si giunge   nuovamente nel P. 95. A Sud, invece,il meandro dopo un primo tratto alquanto angusto, si amplia sino a raggiungere un’altezza di 7 metri ed una larghezza di 2. Dopo circa 45 metri, i cospicui depositi di terre rosse, che coprono il pavimento della galleria, finiscono per obliterarla.
Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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