Sport & DintorniAnno 2 N°2

Il primo “Giro d’Italia” in Capitanata e l’ombra della prima tragedia

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La decima tappa del terzo “Giro d’Italia” era partita da Sulmona il 2 giugno per concludersi dopo ben 363 chilometri a Bari. La corsa, neonata ma già carica di pathos, transitò in Capitanata, toccando le città di Lucera, Foggia e Cerignola. Nel capoluogo i primi corridori giunsero intorno alle 13,00. Il traguardo cittadino venne tagliato per primo dal bolognese Ezio Corlaita seguito da Rossignoli, Galetti e dal francese Lucien Petit-Breton, il cui vero nome era Lucien Georges Mazan ed è rimasto nella storia del ciclismo per essere stato il primo a vincere due “Tour de France” consecutivi. Galetti vincerà poi la tappa e, qualche giorno dopo, salirà sul gradino più alto del podio nella capitale mentre a Bari sarà Petit-Breton a indossare la maglia rosa. Anche Lucera aveva accolto alla grande i ciclisti, anzi aveva fatto molto di più. Ma alle grida di gioia, agli applausi, alla festa collettiva si sovrappose la mestizia. Un grave incidente, accaduto poco prima, aveva macchiato di sangue per la prima volta il “Giro d’Italia”. Quella decima tappa era cominciata con due ore di anticipo, anche in conseguenza del fatto che si trattava di una corsa micidiale: oltre 360 chilometri, la seconda più lunga di quella edizione. Il pubblico già dalle 10,00 di quel venerdì si era assiepato lungo la via Appulo-Sannitica. Tutti i balconi e i rialzi della strada del lato sud della Circumvallazione oltre che imbandierati erano gremiti di pubblico, tra cui una larga rappresentanza di signore e signorine. I muri erano stati tappezzati di manifesti di circostanza. Carabinieri a piedi e a cavallo tenevano a bada strade e pubblico, coadiuvati dalle guardie municipali e dagli uomini della “Croce Verde”, una benemerita associazione cittadina. Una sorta di “servizio d’onore” agli attesi campioni era poi garantito da una dozzina di ciclisti. La manifestazione lucerina era organizzata dai consoli e dai soci del Touring Club d’Italia. In città gli atleti si sarebbero fermati davanti all’Ufficio Metrico del Dazio dove era stato allestito un provvidenziale e abbondante buffet. I lucerini scalpitavano perché, data l’ora, immaginavano che presto i corridori sarebbero arrivati in città. Da Volturara Appula, invece, giunse per via telegrafica la notizia che i primi ciclisti erano passati da lì verso alle 11,00. Moltissimi, fatti i calcoli, scelsero di tornare a casa per il pranzo così da vivere con calma gli emozionanti eventi sportivi di quella storica giornata. Oltre alla gara ciclistica, infatti, avrebbero potuto assistere a Foggia «agli esperimenti aviatori», come ebbe a definirli il cronista del ‘Foglietto’. Il ritardo accumulatosi, si verrà poi a sapere, era dovuto alle pietose condizioni della strada. Intanto l’attesa cresceva, il pubblico azzardava ipotesi e faceva previsioni. Poi ecco, tredici minuti dopo mezzogiorno, uno scroscio di applausi annunciare l’arrivo a Porta Troia del primo corridore, Corlaita, di professione postino. Ad una ruota lo seguiva il bretone Petit-Breton e, sùbito dopo, Galetti e Rossignoli. Pochi minuti dopo un altro gruppetto, con Beni, Brizzi, Robetti, Pavesi e Dieda. Alle 12,41 giungevano Osnaghi e Sala e dieci minuti dopo Gerbi e Sivocci seguiti da Foglio. I corridori si fermarono qualche minuto per rifocillarsi e ‘Il Foglietto’ tiene a precisare che «a tutti i ciclisti che giungono vengono a gara offerti dei cordiali (bevanda alcolica che rinvigorisce e ristora – ndr)». Più di ogni altra cosa, quel che colpì fu però il gesto di un contadino del posto «…il quale nel recarsi in campagna, sentito che Gerbi, Sivocci e Foglio chiedono del pane, dà loro spontaneamente l’involto del proprio magro desinare». E come se non bastasse, il cronista citava compiaciuto «…l’opera compiuta dal fattorino ciclista Viscardo Padovano del Secolo (con il ‘Corriere della Sera’ il più importante quotidiano italiano del tempo – ndr) che dopo 5 chilometri di corsa riesce a fornire di panini ripieni i velocissimi Sala e Osnaghi». Gesti d’altri tempi che ben si conciliano con l’immagine di uno sport, specie allora e fino agli anni Sessanta del secolo scorso, povero di quattrini ma ricco di umanità. Ma la notizia clou della giornata sarebbe arrivata solo dopo il transito di tanti altri corridori. «Alle 14 e 22 giunge l’automobile del Secolo, che si ferma per poco nei pressi dell’eremo di S. Rocco, per annunziare al nostro collega avv. Lupo che l’immenso ritardo dell’arrivo è dovuto al pietoso trasporto di Rho, precipitato nella ripidissima discesa di Forlì del Sannio (paesino in provincia di Isernia – nda)». È il redattore viaggiante del Secolo, Garinei, dietro insistente dei colleghi Lupo e Severini, a raccontare la tremenda disgrazia: «Dopo Rionero Sannitico, scorgiamo in lontananza una bicicletta rovesciata sul ciglio della strada. Accanitici, constantiamo che la macchina (cioè la bici – nda) è spezzata. Presso di essa però sta, riversato per terra, un corridore dalla maglia bianca. Dai lineamenti del volto, cereo e spruzzato di sangue, riconosciamo il fortissimo ciclista milanese Rho, che ha una larga ferita alla tempia destra, da cui esce un rivolo di sangue che si raggruma per la polvere sul mento. Il corpo è inerte. Rho non risponde alle nostre trepidanti chiamate. Gli occhi sono socchiusi, immobili. Saltiamo in soccorso del disgraziato e, somministratogli tutte le cure possibili, lo adagiamo sull’automobile e lo trasportiamo con la massima cautela nella vicina borgata di Vandra. Visitato prontamente, i medici constatano che il Rho è colpito da forte commozione cerebrale». Altro tipo di commozione prende i presenti, e il cronista del ‘Foglietto’ non è da meno: «Nel pronunziare le ultime parole, gli occhi del biondo e simpatico Garinei si velano di lacrime, e gli altri colleghi di viaggio aggiungono in tono mestissimo che difficilmente si riuscirà a salvare il coraggioso corridore». Poi, dopo aver preso nota dei primi ciclisti arrivati a Lucera e, fatta una breve puntatina in città, l’auto riparte vertiginosamente per Foggia. La cronaca sportiva dell’evento è completata dalla notizia di un unico mancato arrivo, quello di V. Ferrari, che alle 18,00 non era ancora giunto a Lucera. L’eccessivo ritardo, viene supposto, doveva ricondursi ad un suo probabile ritiro. La chiosa del lungo racconto è quasi in perfetto stile Carosio: «Il tempo è stato splendido ed il pomeriggio calorosissimo». Dello sfortunato milanese Rho non se ne seppe più nulla. Stando a questi resoconti, si direbbe che il ciclista doveva essere morto in seguito al pauroso incidente. Da ricerche fatte, un solo altro Rho, molti anni dopo, prese parte al “Giro d’Italia”, e stentiamo a credere potesse trattarsi del redivivo milanese. Tra i tanti spettatori assiepati quel giorno a festeggiare l’arrivo dei corridori c’era anche un ra­gaz­zi­no che, anni dopo, dopo decine di vittorie tra i dilettanti e a costo di grandi sacrifici, sarebbe riu­sci­to a partecipare al “Giro d’Italia”. Si chiamava Domenico Tutolo, e la sua storia è raccontata nel mio ‘Dizionario Biografico di Ca­pitanata – 1900.2008’, di recente pubblicato a Foggia, e presente anche su questo numero di ‘Diomede’.

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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