Interventi & ContributiAnno 2 N°5

Tremiti e il «41 bis» al tempo di Augusto

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Sono passati solo otto anni dalla nascita di Cristo e Roma è la superba metropoli del grande impero. Nel mare Adriatico, le lussureggianti Tremiti sono invece le isole che ben conosciamo. Rocce bianche, sole, mare cristallino. A contemplarle c’è una donna di sangue imperiale. Ma chi è? Si tratta dell’affascinante Giulia, detta “minore” (per distinguerla dalla madre Giulia Maggiore), al secolo Vipsania Giulia Agrippina. Suo nonno è il primo Imperatore romano Ottaviano Augusto.
Ebbene, questo nonno austero, com’è noto, intraprese una severa politica per risanare Roma, avviata verso un catastrofico declino morale. Sappiamo da Svetonio quanta cura pose in quest’opera tanto in qualità di sovrano, quanto di padre di famiglia, ma il destino non gli concesse gli sperati risultati e una casa ben disciplinata. Lo sventurato ebbe, infatti, il maggior da fare proprio a casa sua: nonostante l’educazione morigerata, la natura prese il sopravvento e sua figlia Giulia fu al centro di chiacchierati scandali. Adultera e dissoluta, ostentò sfacciatamente le sue molteplici avventure, credendo che tutto le fosse lecito. E invece la condanna arrivò: in coerenza, l’imperatore la fece esiliare con un regolare decreto.
Le sventure domestiche dell’imperatore, non erano, però, finite. Sua nipote Giulia ereditò i vizi della madre (e anche dell’ava!). Insomma, le donne del focolare imperiale non davano pace al povero Augusto e non mancavano di alimentare i pettegolezzi di cui si nutrivano gli avversari.
Giulia Vipsania non era bella. Almeno, non lo era come la madre. Ma plausibilmente attraente e con una voce d’incanto, quasi da sirena. Nota già per la sfrontata scostumatezza, si abbandonò alla genetica condotta vituperevole, con molti amanti e costumi libertini. Delle sue avventure non conosciamo dettagli (com’è nel caso della madre) ma di lei sappiamo che, poco più che fanciulla, fu concessa in sposa ed ebbe due figli la cromosomica vivacità). Distante dal modello di matrona romana, si trovò, quindi, un amante e da lì iniziò la sua vita dissoluta.
Correva l’anno 8 d.C. quando il restauratore degli antiqui mores Augusto si trovò alle prese con l’ennesimo scandalo domestico. Ancora una volta portò il fatto in Senato e da lì giunse la sentenza. In questi anni, in cui la cronaca nonaveva pensato all’appellativo “scandalopoli” per designare Roma, sempre più personaggi illustri cadevano nella rete di bollenti casi giudiziari di adulteri e clamorosi coinvolgimenti. E proprio nella rete del caso Giulia Minore cadeva il celebre poeta Ovidio, condannato nello stesso 8 d.C. L’error commesso è ancora mistero, ma, per molti, il poeta resta il testimone o, addirittura, il complice di relazioni extraconiugali della blasonata.
Ad ogni modo, l’imputata Giulia Vipsania venne condannata all’esilio nell’isola di Trimerio (l’attuale San Nicola di Tremiti) con l’accusa di adulterio. Non male come condanna, diremmo oggi, essere trasferiti alle amabili Tremiti, ma si dia il caso  che a quei tempi la situazione fosse diversa.
Quasi inabitate, verosimilmente selvatiche e inospitali, non furono accogliente dimora per Giulia. Il regime dell’ordinamento era molto severo, prevedendo il consueto divieto di contatto con alcuno e tutta una serie di restrizioni molto drastiche.
Un vero carcere duro, paragomabile al nostro 41 bis! Per giunta sull’isola partorì un figlio, subito disconosciuto da Augusto che proibì persino venisse allevato. Qualcuno, però, le tese la mano. Sorprendentemente, la nonna Livia fu longanime con Giulia (che, tra l’altro, non doveva essere stata troppo tenera con lei) e inviandole segretamente periodici sussidi, le addolcì la pena. Persino Tacito riconobbe all’Augusta questo merito! Altre fonti vogliono che, graziata dopo qualche tempo, fosse stata richiamata dalla terra penale, ma, giunta a Roma, avesse ripreso presto la sua condotta. Così fu riesiliata e questa volta per sempre.
Di una cosa siamo certi: abbandonata, lontana dalla cara città e destinata alla solitudine in terra estranea fino alla fine, morì alle Tremiti nel 29 d.C.
Neanche allora potè fare ritorno alla città natale poiché, per disposizioni testamentarie, Augusto la escludeva dal celebre Mausoleo di famiglia.
Così, la terra diomedea fu per lei anche sepolcro, e una probabile tomba sul pianoro di San Nicola, ed è lì, muta, che la ricorda.

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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