Interventi & ContributiAnno 1 N°1

Stele Daunie

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Talvolta mi sono chiesto quale fosse il tema più rappresentativo del nostro territorio. In realtà ve n’è più di uno e da qualche tempo se ne è aggiunto un altro.
Comincerei da quello che sembra essere il più antico. L’Arcangelo Michele, che è anche il simbolo territoriale di alcuni enti pubblici, ha svolto un ruolo importante nella storia della religiosità nel mondo tardo-antico e medioevale. Ancora oggi migliaia di pellegrini si recano ogni anno presso la sacra grotta che fu prima, probabilmente, tempio di Calcante.
Una figura indimenticabile per la regione è rappresentata da Federico II di Svevia, l’attento imperatore tedesco che resse al contempo tre corone e governò immensi territori. Nei suoi confronti c’è tuttora un’ammirazione quasi mistica, sia per la sua vasta cultura che per la sua finezza diplomatica, e il cui modus e incedere anticiparono di due secoli la munificenza dei Signori del Rinascimento.
Sappiamo come la transumanza abbia coperto un arco di tempo molto lungo.
Vi sono tracce che fanno presumere sia iniziata con l’avvento della pastorizia e abbia continuato nelle epoche successive. Noi la conosciamo meglio nell’età moderna, quando l’Istituzione della Dogana della Mena delle Pecore determinò per la città di Foggia un ragguardevole ruolo economico nel Regno di Napoli. L’Epitaffio di Filippo IV d’Asburgo, in via Manzoni, e Palazzo Dogana, in Piazza XX Settembre, ne restano le rappresentazioni monumentali. Alla simbologia e ai temi sopra descritti, si è aggiunto recentemente un’altra rappresentazione che fa riferimento alle antiche popolazioni della Daunia, vissute nell’odierna Capitanata e che hanno occupato anche vaste aree esterne ai suoi confini attuali. Si tratta delle stele daunie, lastre di pietra lavorate con decorazioni e figure che rimandano a iconografie, di derivazione protostorica, diffuse nel Mediterraneoorientale e nell’Adriatico.
“L’avventura” delle stele daunie ebbe inizio a Pisa nel 1960 quando alcuni ricercatori, di una missione archeologica operante a Monte Saraceno, mostrarono al Prof. Silvio Ferri una piccola scultura, una testa dall’aspetto primitivo, che incuriosì a tal punto lo studioso da spingerlo direttamente sul luogo del rinvenimento. Durante la sua visita a Manfredonia, gli fu mostrata la foto di una stele che, più avanti, seppe “emigrata” a Ravenna. Il carattere narrativo delle figurazioni e l’omogeneità stilistica delle lastre calcaree reperite da lì a poco, lo convinsero che si trattasse di un’eccezionale novità per l’archeologia italiana che contava, della stessa specie di manufatti, solo l’esiguo numero delle stele di Novilara.
V’era stata una scoperta precedente 2 che però non ebbe seguito fino agli inizi degli anni Sessanta, quando cioè il problema emerse con le prime consistenti scoperte del Ferri.
Cominciò così la ricerca affannosa dei materiali nella zona a valle del Gargano. Lo studioso constatò che la maggior parte dei reperti di suo interesse si addensava nel territorio compreso fra le foci del Candelaro e del Cervaro. Ed è lì che continuò la sua ricerca, ora trovando reperti nei muretti a secco, ora ricevendoli dai contadini che gli conservavano gli oggetti ritrovati nel terreno, ora asportando da fabbricati agricoli lastre utilizzate come pavimentazione o elementi di sostegno murario.
Ho avuto modo di conoscere il Prof. Ferri in varie occasioni, particolarmente alla fine degli anni Settanta, quando, chiedendogli se era opportuno approntare una mostra di quadri sulle stele, mi rispose con la sua caratteristica prontezza, che si trattava di una proposta interessante e soprattutto realizzabile.
In una lettera del 19 luglio 1977 mi ringraziò per l’interesse sulla problematica delle stele, esortandomi ad attendere il momento di lì a poco più adatto per la presentazione della rassegna pittorica. Nella stessa, poi, si espesse in maniera chiara: “…gli archeologi sanno benissimo che nessuna raccolta di cocci avrà mai l’importanza, unica in Italia e in Europa, delle stele.”
La mia mostra sulle stele si realizzò poi a Foggia nel 1981, in occasione dell’inaugurazione del Museo Nazionale di Manfredonia. Insieme a Maurizio Mazza e alle autorità locali, l’esposizione fu visitata da alcuni soprintendenti ed archeologi che accompagnavano il Prof. Massimo Pallottino, decano dell’archeologia italiana e presidente, allora, degli Istituti archeologici internazionali. Alla mostra, invece, mancava proprio il suo ispiratore, Silvio Ferri.
L’esperienza di quella conoscenza ha prodotto non solo la mostra, che ha avuto il suo precipuo significato figurativo (Ill. 1), ma tanti anni dopo ha suggerito a chi scrive la pubblicazione dal titolo “Lo stile geometrico della Daunia”, una tesi di laurea del 2001 incentrata sul confronto fra le stele daunie e la ceramica geometrica coeva.
Il mio contributo all’argomento consiste nell’ipotesi secondo la quale l’iconografia adottata dagli scultori dauni sia pervenuta attraverso materiali deperibili quali possono essere i tessuti decorati.4
La premessa a tale tesi è che l’apparato iconografico caratterizzante le stele sipontine derivi dal repertorio decorativo greco orientalizzante 5 , riscontrabile sulla ceramica attica e corinzia dell’VIII-VII secolo a.C. 6 , ma che di questa stessa ceramica non vi sia nessuna traccia archeologica nei territori della Daunia.
Ulteriore considerazione è che gli scambi commerciali dauni dell’VIII-VI secolo sono attestati esclusivamente in area adriatica centro-settentrionale e in Campania.
Da ciò si evince che l’apparato ornamentale delle stele sipontine provenisse da quei territori che avevano rapporti con l’area egea e che erano, al contempo, in contatto con la Daunia. 9 Le regioni che hanno fatto da tramite per questo specifico acculturamento dei “costruttori di stele” sono, molto probabilmente, la Messapia e la Peucezia, territori japigi non troppo distanti dallo scalo corinzio di Kerkyra (Corfù) 10 e dalle coste dell’odierna Albania.
Altro mio contributo al tema in questione, è una tavola tipologica
delle stele corredata di altre 5 tavole riguardanti la decorazione laterale delle lastre calcaree. La mia tavola sinottica (Ill.2) integra sostanzialmente la tavola tipologica proposta dalla D.ssa Nava nel 1980 (Ill.3), in occasione del Convegno archeologico di Manfredonia.
Dobbiamo dire che la realizzazione di un corpus sulle stele è stato un fatto quanto mai meritorio, un fatto necessario per qualunque ulteriore progresso di studi sulla materia ma che in quella sede la “decorazione secondaria”, la più significativa ai fini storici, non è stata trattata con la dovuta attenzione con cui è stata trattata invece la “decorazione primaria”.
Il nocciolo della questione sulle stele daunie è in realtà di ben altro spessore di quanto è emerso dalle sole pratiche tassonomiche. Il problema risiede principalmente nell’interpretazione delle scene figurate.
Su di esse alcuni studiosi hanno polemizzato sull’impostazione dello studio della Dr.ssa Nava presentato al succitato Convegno di Manfredonia; altri autorevoli studiosi hanno pur proposto interessanti confronti fra la civiltà daunia e altre civiltà italiche , senza però cimentarsi poi nell’approntare un coordinamento di studi interdisciplinari, indicati anche in quella occasione, che avrebbe certamente incrementato i risultati degli studi sui monumenti sipontini.
È nell’interpretazione delle scene figurate che possiamo parlare di scoperta archeologica vera e propria per la Daunia. I materiali lapidei in sé hanno scarsa valenza poiché non hanno contesto storico, non risultano cioè essere realmente associati ad altri materiali cronologicamente inquadrati.
Inoltre, nessun territorio europeo si dispone di una tale mole di rappresentazioni antiche (antropomorfe e zoomorfe) così omogenee e stilisticamente coerenti, tanto da farne il più grande “messaggio” illustrato della protostoria italica.
Non trascurabile è il collegamento che le stele daunie hanno con le stele megalitiche di Bovino-Castelluccio.
I termini di raccordo fra loro sono rappresentati dalla stele di Tor di Lupo (Mattinata) e dalla già nota stele di Arpi (Ill. 4).
La prima, anch’essa fuori contesto, per un verso si collega alle stele di Bovino-Castelluccio per la presenza di un pugnale triangolare a rilievo (decorazione originaria del manufatto) e ascritta “a una fase

non troppo avanzata dell’età del bronzo”. 18 Per altro verso la stele di Tor di Lupo si ricollega alla stele di Arpi per la presenza di braccia della stessa tipologia. Nella stele di Arpi queste ultime sono rese a bassorilievo mentre in quelle di Tor di Lupo sono incise e appare chiaro come siano state eseguite successivamente all’esecuzione del pugnale poiché vi si sovrappongono grossolanamente. Quindi, la stele di Arpi, che presenta anche una fibula a rilievo del tipo “a occhiali”, ascritta all’ultima fase dell’VIII secolo a.C., seppure abbastanza atipica, si ricollega alla più vasta e successiva produzione delle stele sipontine.

Sin dagli inizi della loro scoperta, l’attenzione dello scopritore si focalizzò sui possibili significati delle scene figurate. Nelle rappresentazioni più complesse, il Ferri vide emergere scene mitologiche attribuibili sia alla civiltà greca ed orientale che al mondo centroeuropeo. Una figura umana con un elmo tricorne, presente su più pezzi, fu identificata come l’Heros Tricaranos assimilabile alla figura di Herakles: “Per noi è significativo il fatto che Recaranus (Aur. Vitt.: Trecaranus) è il vincitore di Cacus, l’infesto abitante del Palatino, e in altre fonti è chiamato Hercules”. 21 Per una figura simile associata ad un cervide, propose l’identificazione della scena di Herakles che insegue la cerva di Kerynion negli Iperborei. Tale rappresentazione legittimava ulteriormente la teoria delle migrazioni indoeuropee succedutesi dal III al I millennio a.C.

Più avanti fu identificata un’altra figura arcana del mondo grecoetrusco, la Chimera,il mostro triforme che terrorizzava l’immaginario collettivo nel mondo antico, e che nelle sculture daunie sembra essere raffigurata con gli elementi identificativi della tradizione classica.24 Altre immagini conducono in area orfica, viste come strane cerimonie di seppellimento. Un’altra scena è descritta dallo studioso come un rito sacrificale in onore del dio tracio Zalmoxis.25

Un corteo, presente su svariate stele, fu attribuito al ciclo troiano e identificato come il “riscatto del corpo di Ettore”. Si tratta di una scena con alcune figure allineate al cospetto di un personaggio, col suo seguito, che stringe nella mano una lira. Tutto l’apparato iconografico riferibile al ciclo troiano e le sue caratteristiche “presentano cose e persone in campo troiano e dal punto di vista troiano; sono anti-achee e traco-anatoliche”.

Non tutti gli studiosi hanno condiviso però le interpretazioni proposte dal Ferri. Secondo la sua visione storica, la tradizione

riportata sulle stele è pervenuta in Puglia dall’Anatolia e dalla Tracia, attraverso i Balcani, al seguito di genti seminomadi durante le ultime fasi delle migrazioni indoeuropee. Tale retaggio è giunto, quindi, attraverso le rotte adriatiche, nell’area costiera dei fiumi Cervaro e Candelaro.

Un’altra questione dibattuta, che mette in campo la configurazione sociale di quella civiltà, è l’attribuzione a personaggi femminili della maggior parte delle stele identificate, ossia le stele “con ornamenti” (Ill.5). Tale attribuzione farebbe intravedere in Daunia una società a carattere matriarcale visto l’elevato numero di questo genere di stele funerarie e l’implicita rilevanza attribuita alla classe dei personaggi rappresentati.

L’esistenza di tale società nella Daunia antica appare però quanto mai improbabile se si considera che in nessuna società protostorica di derivazione arya – qual è stato l’assetto finale dell’Europa dalla fine del II millennio a. C. – c’è mai stato un raggruppamento umano di rilevanza matriarcale, e che anche la Daunia, come il resto della Penisola, ha subito le invasioni indoeuropee, invasioni di popoli guerrieri a carattere esclusivamente patriarcale.

Con tale premessa, se si escludono i pochi pezzi (circa 9) caratterizzati dalla presenza di trecce a rilievo nell’acconciatura dei capelli, di appartenenza certamente muliebre, e le stele con le rappresentazioni dei guerrieri (13,8% – Ill.6), le restanti stele, quelle “con ornamenti” (82,2%), appartengono quasi certamente a personaggi maschili, notabili che avranno avuto un ruolo preminente nella conduzione politica di quel popolo.

Ritornando al tema principale – l’interpretazione delle scene figurate – è curioso rilevare che non vi siano altri significativi apporti sull’argomento al di fuori delle tesi del Ferri. Una spiegazione potrebbe risiedere nell’ipoteca ideologica già posta dallo studioso pisano: chiunque si fosse cimentato si sarebbe trovato di fronte all’interpretazione in senso mitologico e omerico: un mondo ormai consolidato nell’odierna cultura occidentale; in questo caso, però, si tratta di un mondo descritto non dai greci ma da genti trace e anatoliche.

Al di là delle dissertazioni storiche, resta comunque il fatto che l’archeologo che per primo ha intuito il grande valore di quel materiale ritrovato in Capitanata, non ha ancora ricevuto il giusto tributo d’onore da parte dei discendenti di quel popolo che egli implicitamente ha tanto amato.

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