FocusAnno 2 N°2

Beni (e mali) culturali di Capitanata

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Come ha ricordato di recente Riccardo Iacona nel corso di un illuminante reportage trasmesso su Rai Tre, oggi i beni culturali in Italia producono un giro d’affari per circa 40 miliardi di euro, corrispondenti al 2,6 per cento del PIL (Prodotto Interno Lordo), mentre in Inghilterra, che possiede notoriamente un patrimonio storico e artistico decisamente molto inferiore al nostro, il giro d’affari è di 73 di miliardi euro, corrispondenti al 3,8 per cento del PIL. Ironia della sorte, l’Italia è anche il Paese con il maggior numero di siti (44, contro i 40 della Spagna) presenti nella speciale mappa del Patrimonio Mondiale dell’Unesco e nonostante ciò, da tempo registra un pericoloso calo di affluenza turistica per cause che non sono difficili da immaginare. Occorre intanto capire come possono entrare in relazione i beni artistici, storici e archeologici con la domanda di turismo stante la grave situazione in cui versa il nostro patrimonio e quella che in molte regioni o province è la fragile filiera della stessa offerta turistica. A ciò si legano, specie in Capitanata, altri elementi che peggiorano la situazione, a cominciare dalla pessima condizione del sistema viario e dei collegamenti in generale e la fruizione di un bene essenziale come l’acqua potabile nel periodo più nevralgico dell’anno, l’estate. Nessun sito, fra i 44 presenti nella famosa Mappa dell’Unesco (l’elenco completo e aggiornato è visionabile sul sito http://whc.unesco. org/pg.cfm?CID=31&), vede coinvolta la provincia di Foggia. Solo i “Trulli” di Alberobello e Castel del Monte vi rientrano, per citare quelli a noi più vicini, inclusi entrambi nel 1996. Da qualche tempo, per la verità, alcune associazioni, con l’appoggio di enti locali e della Provincia, sono all’opera per sostenere la candidatura di alcuni siti – come la Cattedrale di Troia, il centro storico di Monte Sant’Angelo e la Foresta Umbra – e, da ultimo, una tipicità considerata un bene immateriale, la “Tarantella” garganica. Abbiamo chiesto, ad una serie di responsabili istituzionali, studiosi, esperti e giornalisti, di indicarci quelle che, a loro parere, rappresentano allo stato attuale le principali “emergenze culturali” in Capitanata, situazioni – cioè – che necessitano di tempestivi interventi se non si vuole che se ne pregiudichino in breve tempo bellezza, importanza storica, capacità attrattiva. Ci riferiamo naturalmente a castelli, aree o beni archeologici, musei, biblioteche, ponti, palazzi storici, chiese, cattedrali e abbazie, monumenti, borghi…

Giuliano Volpe
Rettore Università degli Studi di Foggia
Un grande patrimonio ma senza una logica di sistema

Ho espresso in varie sedi il mio pensiero a proposito della situazione dei beni culturali della Capitanata. Anche in questa occasione, quindi, non posso non sottolineare che i beni culturali, al di là della retorica d’occasione, sono ancora ampiamente sottovalutati, oltre che sconosciuti, non esiste ancora una strategia complessiva che attribuisca realmente al patrimonio culturale un ruolo centrale nelle politiche di sviluppo territoriale. In particolare, coerentemente con l’impostazione data alla Carta dei Beni Culturali della Puglia, di cui sono coordinatore, e al nuovo PPTR-Piano Paesaggistico Territoriale Regionale, vorrei ribadire che la peculiarità dei beni culturali del nostro territorio consiste nel continuum di presenze, grandi e piccole, nelle città, nelle campagne, lungo le coste, nelle acque. Serve quindi una logica di sistema. Non a caso oltre 4.000 dei circa 11.000 siti di interesse culturale finora censiti nella Carta sono localizzati in Capitanata. Proprio perché la specificità del nostro patrimonio culturale consiste nella sua presenza diffusa, nell’integrazione tra beni culturali e paesaggio, che ormai costituisce un elemento essenziale della nostra cultura, del nostro modo di essere, della nostra ‘identità’, sono i paesaggi di Capitanata in cima alla lista dei beni da tutelare. Le profonde trasformazioni del paesaggio attuale, tanto urbano quanto rurale, l’incontrollata espansione edilizia, più o meno abusiva, con periferie degradate e un continuo consumo di territorio, la realizzazione di grandi infrastrutture, opere pubbliche e private, la sempre più accentuata meccanizzazione dell’ agricoltura, oltre alla mai totalmente repressa piaga dello scavo clandestino, pongono in primo piano, oggi più che mai, l’esigenza dell’ appresta-mento di più efficaci e innovative misure di conoscenza e salvaguardia di un patrimonio continuamente minacciato. Altro tema fondamentale riguarda la valorizzazione e gestione dei beni culturali, un settore nel quale siamo in grave ritardo, senza una strategia complessiva e in quasi totale assenza di figure professionali adeguate. Non basta allestire un museo o sistemare un’area archeologica o restaurare un monumento se non si creano le condizioni per una corretta fruizione, con adeguati sistemi di didattica, di comunicazione, di promozione, con l’impiego di personale scientifico e quell’insieme di servizi di alto livello qualitativo ai quali i visitatori e i turisti sono abituati. Andrebbe, inoltre, superata l’idea che il nostro patrimonio culturale (spesso paragonato inopinatamente ad un giacimento da prosciugare!) possa costituire la panacea per la soluzione di tutti i problemi economici. A proposito della cosiddetta ‘competitività’, di cui si parla spesso a sproposito, non c’è dubbio che la risorsa culturale, di cui altri paesi sono meno provvisti, possa e debba svolgere un ruolo strategico. Ma deve essere chiaro che la conoscenza e la valorizzazione dei beni culturali dovrebbero innanzitutto rispondere al bisogno di conoscenza e valorizzazione del nostro patrimonio culturale e della nostra civiltà. L’indotto turistico ed economico è auspicabile, ma non può rappresentare l’unica molla, con un’inevitabilmente selezione gerarchica, che rischia di condannare monumenti ritenuti meno appetibili. Non intendo però sfuggire alla domanda posta, del resto facile redigere un lungo catalogo di casi di degrado (anche solo di tipo archeologico, sulla base delle mie competenze), cui sarebbe necessario porre riparo urgentemente. Mi limito a richiamare gli esempi principali, tristemente noti, dell’area archeologica di Herdonia, ancora in proprietà privata e in totale stato di abbandono, nonostante gli oltre 40 anni di scavi e ricerche sistematiche, della celebre Tomba della Medusa e dell’intera area archeologica di Arpi, dove prosegue indisturbata l’opera dei ‘tombaroli’ (200.000 almeno i reperti trafugati negli ultimi decenni), dell’abazia di Kalena. Ma non meno preoccupanti sono i casi dei tanti siti fortificati medievali dei Monti Dauni, di straordinario interesse culturale e paesaggistico, come Montecorvino, con la bella torre in precario stato di conservazione, perennemente a rischio di crollo in mancanza di interventi di restauro.

Alfredo de Biase
(Direttore della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Culturali per la provincia di Foggia)
Il patrimonio si salva con la buona manutenzione

Mi si chiede quali sono le principali emergenze culturali in Capitanata a rischio perdita. Per poter rispondere bisognerebbe prima far conoscere quali sono gli interventi che salvano un monumento. Non basta, infatti, far arrivare il monumento nel punto prossimo al collasso per poi affannarsi a trovare i fondi per attivare una (in)sana politica di conservazione, attivando gli improcrastinabili lavori di restauro. Bisogna, perciò, comprendere che il restauro non è altro che l’ultima spiaggia dove il naufrago giunge già segnato da evidenti danni divenuti ormai irreversibili. Il restauro, come sosteneva John Ruskin (grande teorico del restauro), è la peggiore delle distruzioni, perché, ricostruendo ed integrando la materia andata persa, si mina alla base l’intrinseca essenza culturale del bene che si pensa di “salvare”. Io, che posso diagnosticare le problematiche attuali nella loro globalità, aggiungo che in nome del restauro si fanno le peggiori manomissioni e si anticipano perfino interventi di consolidamento statico sulla semplice previsione di danno. Facendo un parallelo tra il restauro architettonico appena citato e la cura di un paziente da parte di un medico, è come dire ad una qualsiasi persona anziana che in previsione di un probabile futuro cedimento della datata struttura ossea sia meglio che questa venga rinforzata con l’inserimento di ferri e chiodature nelle ossa stesse, sottoponendo così il paziente a deleteri interventi chirurgici.
Questo, che è ovviamente paradossale in medicina perché il paziente reagirebbe portando il medico in tribunale, purtroppo, per chi non ha la sensibilità nell’ ascoltare i lamenti dei monumenti antichi, viene fatto abitualmente nel restauro architettonico. La via del restauro non va privilegiata, anche perché, il più delle volte, dopo averne ultimato i lavori, corriamo il rischio di avere una copia riaggiornata e ristilizzata dell’idea di ciò che un tempo era un monumento. Si potrebbe parlare all’infinito sui danni che i restauri hanno procurato al patrimonio culturale del nostro Paese e, non è un caso, che i luoghi maggiormente conservati sono, paradossalmente, quelli lontani dai circuiti turistici di massa, situati in zone non necessariamente ricche e dove i finanziamenti arrivano razionalizzati per interventi di sola manutenzione. Infatti, la costante manutenzione è la carta vincente della conservazione, è l’uovo di Colombo che ci permette di mantenere integro il nostro patrimonio culturale con il minimo impegno economico, senza correre il rischio di trovarci di fronte alla reinterpretazione di monumenti antichi in chiave anacronistica e, a volte, dal sapore vagamente disneylandiano. Con la speranza di aver, con queste poche righe, quantomeno avvicinato il lettore alla complessa problematica trattata, è più facile intuire come le emergenze culturali a rischio di perdita di cui “Diomede” parla – e ce ne sono molte in Capitanata – siano già in parte irrimediabilmente perdute. È quindi d’obbligo fare un appello a tutti affinché questo perverso meccanismo cessi, perché se c’è veramente amore per la storia, verso la propria identità, l’ attenzione e la cura dovranno essere costanti.

Francesco Andretta
(Presidente Fondazione Banca del Monte “Siniscalco Ceci” – Foggia)
Intervenire a salvaguardiae alla scoperta del centro storico di Foggia

Potrà apparire paradossale che, in una città in cui le calamità dovute alla furia della natura non più che alla stupidità degli uomini hanno cancellato sistematicamente la gran parte delle memorie, le situazioni culturali che necessitano di tempestivi interventi siano numerose. Certo è l’ennesima prova di quella incuria dei cittadini che, per un risalente adagio, a Foggia ha sempre potuto più della furia degli Angioini ed ancora oggi rende problematica una diffusa consapevolezza cittadina. Chi scrive è stato recente testimone dello stupore di un personaggio, pur scolasticamente attrezzato, nell’apprendere che fosse un pittore quel Lapiccirella cui è intestata la strada nella quale è nato. Negli ultimi tempi, tuttavia, i lavori alla Chiesa del Purgatorio ed alla Facoltà di Lettere in Via Arpi hanno reso di grande e prestigiosa attualità il tema degli ipogei urbani. Tema non nuovissimo, in quanto una pattuglia di ricercatori ed appassionati non ha mai smesso di alimentare un minimo di attenzione su quanto è sepolto nelle viscere della città; ma questi ritrovamenti hanno ora consentito di toccare ulteriormente con mano quanto il nostro sottosuolo sia ricco di tracce interessantissime tanto da un punto di vista artistico, quanto soprattutto in chiave storica. È appena il caso di ricordare come le origini di Foggia siano ricostruibili appena in forza di una tradizione orale, in certa misura mitologica, così come il successivo sviluppo della sua vicenda sia nel dettaglio sconosciuto (anche per effetto delle cancellazioni cui si accennava sopra): sicché ogni nuovo elemento che si possa rinvenire nel sottosuolo costituisce un preziosissimo documento per la ricostruzione di un percorso millenario. Non vi è dubbio che l’area esterna al centro storico non potrà essere fonte di scoperte in quanto gli interventi edilizi, di ricostruzione post-bellica e poi di sviluppo urbano, ed in epoche in cui ben più scarsa dell’attuale era la sensibilità, hanno operato sventramenti irreparabili. Ma il centro storico è invece ancora ricchissimo di qualcosa che intuiamo essere rilevante, e che non si può lasciar affossato se non a pena della definitiva perdita della speranza di una (più) verosimile ricostruzione della identità di una Città. In parte si tratterà appena della conferma di abitudini domiciliari dovute alla miseria e neanche tanto risalenti negli anni. In altri casi, però, si può trattare di qualcos’ altro, sicuramente foriero di scoperte irrinunciabili, al momento ancora avvolte solo in un misterioso fascino. Per esempio, nell’attuale Piazza De Sanctis…

Teresa Maria Rauzino
Docente, giornalista, Presidente del Centro Studi “Martella” di Peschici
Gargano da salvare: non unama tante le situazioni a rischio

Il Centro Studi “Martella”, dal 1997, anno della sua costituzione, sta conducendo una battaglia civile per salvare l’abbazia di Kàlena dal degrado e dall’indifferenza. Sembra che la questione sia sulla via di risoluzione, grazie all’interessamento del Comune di Peschici, della Regione Puglia e della Provincia di Foggia. Una lunga azione, la nostra, per sensibilizzare le Istituzioni e l’opinione pubblica della necessità di quest’azione di recupero del nostro patrimonio artistico “sgarrupato”. Ma noi siamo consapevoli che dovremo aspettare chissà quanti altri anni per vedere questa abbazia restaurata e fruibile da parte di tutti… E ci chiediamo: Perché accade questo? Perché in provincia di Foggia la quasi totalità dei monumenti è tenuta in condizioni di estremo degrado? Perché le Istituzioni preposte alla loro tutela non fanno nulla per modificare la situazione? Abbiamo visitato il Salento e abbiamo potuto constatare come la situazione sia diversa. Ci chiediamo, con una punta di ammirazione, perché le Istituzioni salentine abbiano avuto più voce rispetto alle nostre… Il risultato, positivo, è sotto gli occhi di tutti: un patrimonio artistico e monumentale ben tenuto e fruibile da parte dei cittadini e dei turisti che visitano quella bella Terra. Noi del Centro Studi Martella, nella campagna pro Kàlena abbiamo talvolta usato lo slogan: non una, ma dieci, cento Kàlene! Vorremmo infatti che insieme a Kàlena venissero restaurate le abbazie che furono fondate dai monaci benedettini: Monte Sacro (Mattinata), San Nicola Imbuti (sul Lago di Varano); San Pietro in Cuppis (Ischitella), Monte Negro, Canneto e Calenella (Vico del Gargano), oltre alle chiese rurali come sant’Anna (Carpino) e quelle sparse nell’agro di tutto il Gargano e della Puglia. Una parola vorremmo spendere per le “Sentinelle del mare”, quelle Torri costiere, costruite o riadattate alla fine del Cinquecento durante il vicereame spagnolo per difendere il nostro territorio dall’assalto turco. Tre torri, Calarossa, Torre Varano e Sfinale stanno letteralmente crollando senza che nessuno se ne interessi. Eppure sono torri demaniali, cioè appartenenti allo Stato Italiano. Attualmente sono tutte chiuse e non fruibili (Torre di Montepucci, Torre San Felice), con un’unica eccezione: Torre Mileto, aperta durante l’estate, e su richiesta nel resto dell’anno grazie ai volontari di Legambiente di San Nicandro Garganico. Altre torri sono occupate da privati (Portonuovo a Vieste) e circondate dal degrado estremo, e dall’ abusivismo più sfacciato, che ci fa vergognare di essere garganici. Alle Istituzioni e alla Soprintendenza ai beni culturali pugliesi chiediamo di agire al più presto, di fare qualcosa per fermare questo scempio della nostra storia!

Carmine de Leo
(Ispettore Onorario del MiBAC)
In pericolo la Chiesa di SantaBarbara a Rodi Garganico

Osteggiata dal padre Dioscoro, la giovane Barbara fu rinchiusa dapprima in una torre e poi martirizzata. Fatta Santa dalla cristianità, il suo culto si diffuse presto dalla città di Nicomedia in Bitinia, sua terra di origine, in tutto il Mediterraneo. In origine, proprio una torre, forse di vedetta, come tante altre sulla costa garganica, con annesso un oratorio, costituì il primo nucleo della chiesa di Santa Barbara, posta nell’omonima baia nei pressi del comune di Rodi Garganico, a guardia di un piccolo feudo ed un antico scalo utilizzato dapprima dai Cavalieri Templari e poi passato a quelli di Malta, cui appartenne fino ai primi anni dell’Ottocento. La chiesa è già citata nell’XI secolo tra le proprietà del monastero di Santa Sofia di Benevento, passò poi ai Templari e quindi all’Ordine di Malta, presso la cui Curia Generalizia di Roma si conservano ancora decine di documenti sulla storia di questa chiesa di Rodi Garganico. Altre interessanti testimonianze storiche sono depositate tra le carte dell’Archivio di Stato di Foggia, dove, in particolare, in un incarto settecentesco, è conservata un’antica pianta del luogo, con la precisa indicazione della torre e della chiesa. I Cavalieri di Malta, col tempo, diedero in commenda questo piccolo feudo garganico e dedicarono i loro sforzi a bonificare con terrazzamenti e canali di scolo il terreno intorno a Santa Barbara, convogliandovi le acque di alcune sorgenti ed utilizzandole per la coltivazione di magnifici giardini di agrumi. Oggi, però, il sacrificio ed il lavoro di tanti anni e dei Cavalieri di Malta è stato completamente distrutto da una massiccia cementificazione che ha caratterizzato l’area in questi ultimi anni. Purtroppo, a questa frenetica attività edilizia non è corrisposto un altrettanto interessamento per la chiesetta di S. Barbara e pian piano, quasi vittima di una oscura volontà distruttrice, l’edificio religioso ha subìto dapprima l’asportazione del portale d’ingresso e poi il definitivo crollo della facciata e del tetto. Oggi questa preziosa testimonianza storica, di cui resta su un muro lo stemma di uno degli abati commendatari, è totalmente abbando nata e la sua ruderizzazione sembra ormai inarrestabile; peraltro, la zona, distrutto il prezioso lavoro di contenimento e canalizzazione delle acque fatto realizzare dagli abati commendatari dell’ordine Malta, è interessata da un pericoloso movimento franoso che ha già fatto dichiarare inagibili molte villette.
…Forse è la natura che si riprende il suo!

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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