FocusAnno 2 N°1

Viaggio nei carnevali di capitanata

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La provincia di Foggia anche quest’anno ha vissuto i “suoi” Carnevali. Usiamo il plurale per indicare che in Capitanata non esiste solo quello di Manfredonia, certamente il più celebrato e ben noto anche in Italia – qualche anno fa vi era abbinata anche una Lotteria nazionale -, ma se ne organizzano diversi altri, alcuni molto antichi e tradizionali comequelli di San Nicandro Garganico e Biccari. In passato erano numerosi i centri della nostra provincia che ne avevano uno, ciascuno caratterizzato da una dimensione, un programma, un particolare, un avvenimento, un personaggio. Proviamo allora a fare un salto indietro nel tempo, per cogliere, nei ricordi, alcuni tra quelli di cui è stato possibile recuperare preziose informazioni, grazie anche all’aiuto di giornalisti, scrittori e studiosi locali. Si badi, per correttezza, che quelli citati non rappresentano la totalità delle feste, tradizionali o occasionali, perché ad essi andrebbero aggiunti i Carnevali di San Severo, Cagnano Varano, Candela, Alberona e finanche Zapponeta, dei quali non è stato possibile per ora occuparci.

Il Carnevale di Manfredonia

È quello più noto in Capitanata e il secondo per importanza della regione. Una festa di piazza che trasforma ogni anno Manfredonia in una piccola Viareggio o, per restare in Puglia, in una Putignano minore.Un vero e proprio rito di massa che ha certamente perso le connotazioni più genuine di un tempo, adattandosi ai più comodi ritmi dettati in particolare dalla televisione.
Il Carnevale Dauno, giunto quest’anno alla 57ª edizione, risale ufficialmente al 1954, anche se solo nel 1956 si ha la prima edizione realmente “made in Manfredonia” con il Comitato organizzatore presieduto dal rag. Antonio Murgo.
Storicamente, invece, il primo riferimento specifico – come ricorda Pasquale Ognissanti – si riscontra in una lettera di Gian Tommaso Giordani a padre Maria Fanìa da Rignano, datata 1839. Un’altra dettagliata testimonianza del carnevale manfredoniano, ad opera di Matteo Càrpano, risale ai primi anni del Novecento mentre, in tempi moderni, si ricorda come già agli inizi degli anni Cinquanta, sulla scorta delle feste goliardiche, si impostassero i primi carri in cartapesta.
La manifestazione – per la quale la Regione Puglia ha concesso il crisma di “manifestazione di interesse regionale” – vibra in due momenti principali. La prima consiste nella «Sfilata delle Meraviglie» – forse unica al mondo nel suo genere – con la partecipazione festosa e colorata di circa 3.000 bambini delle scuole elementari e materne e che si svolge nella prima domenica di Carnevale. Questa manifestazione viene vissuta come una autentica mobilitazione generale, coinvolgendo direttamente famiglie e scuole. L’altra è la grande sfilata dei carri allegorici in cartapesta, frutto del paziente e sapiente lavoro artistico di maestri e maestranze, e che si svolge durante l’ultima domenica.
I carri dei vari gruppi di cartapestai sono riuniti in associazioni e da qualche tempo possono contare su grandi capannoni ove realizzare i momumentali carri allegorici.
Anche quest’anno sono diversi quelli in concorso, carri ormai entrati di diritto nella tradizione per la pregevole fattura dei manufatti in cartapesta, a dimostrazione di una scuola nella quale operano maestri di grande esperienza e talento. Sono poi attivi anche altri gruppi di giovani, anch’essi organizzati in associazioni culturali, o provenienti dalle scuole medie e superiori; ciascuno di essi sviluppa un tema legato all’attualità politica, sociale o culturale, col piglio tipico della tradizione carnevalesca.
Fosse vivo oggi Antonio Manganaro, grande caricaturista manfredoniano, sarebbe la vera anima artistica del Carnevale Dauno, ispiratore di carri e… carricature.
La grande parata dei carri allegorici e dei gruppi mascherati si svolge alla presenza di circa centomila spettatori, moltissimi dei quali provenienti da fuori provincia, assiepati lungo i due chilometri di percorso. In piazza Marconi è stata installata una gradinata con oltre mille posti a sedere mentre sul parterre prendono comodamente posto altri ottocento spettatori.
L’Istituzione Carnevale Dauno anche quest’anno ha voluto la “Golden Night”, la sfilata in notturna dei carri e delle maschere resa ancora più suggestiva da singolari effetti di luci, cui farà seguito la “Notte colorata”.
Il carnevale di Manfredonia è noto anche per i tipici piatti carnevaleschi che si gustano lungo tutto l’arco temporale della festa, come la farrata – un rustico a base di farro e ricotta – e gli scagliozzi(molto noti anche a Foggia, dove si consumano tutto l’anno), triangoli di polenta fritta insaporiti col sale.
Dal dopoguerra ad oggi – e con edizioni che hanno avuto alti e bassi organizzativi e di pubblico – numerosi sono stati i testimonial del Carnevale di Manfredonia: da Mike Bongiorno a Enzo Tortora, da Pippo Baudo a Renzo Arbore, da Marisa Laurito a Manuela Folliero. Da qualche anno la manifestazione ha assunto anche valore mediatico, con trasmissioni seguite da note emittenti provinciali e interregionali.

Il Carnevale di San Nicandro Garganico

È forse il più particolare di tutti quello di San Nicandro Garganico (nella foto a lato la cartolina della edizione 2009) tanto da essere citato come fra i pochi ad avere il privilegio di cominciare il 17 gennaio. Da quel giorno – spiegava Enzo Lordi nel suo “Ricordando S. Nicandro” – colpiva con implacabile regolarità la cosiddetta “mupia” del carnevale. Gente, che per il resto dell’anno viveva la vita grigia di tutti i giorni, dava vita a mascherate estemporanee, semplici, popolari. Nulla di premeditato o studiato tanto che il quotidiano ‘La Repubblica’ segnalò il carnevale sannicandrese per la sua imprevedibilità e per la corale partecipazione di popolo.
«Non c’era famiglia che non si sentisse parte di questa agitazione che ti prendeva all’improvviso – ricorda ancora Lordi, scomparso di recente – come una malia, un sortilegio, una seduzione cui non potevi, non sapevi o non volevi resistere». «Le uniche maschere fisse erano la Pacchiana e il Pastore, che venivano, di norma, indossate da fidanzati, seguiti da una schiera di parenti ammirati e sospettosi». Poi una certa partecipazione e un certo fervore sono venuti meno nel corso dei decenni e solo da pochi anni è rinato un interesse forte per Carnevale.
Nel periodo compreso fra le due guerre mondiali – ricorda invece Michele Grana nel suo libro “Maschere e suoni” – alcune comitive di giovani mascherati acquistavano cassette di arance, trasportate sui carretti dai produttori di Rodi Garganico, per lanciarle alle altre maschere: una sorta di “battaglia delle arance”, insomma, analoga, salvo le proporzioni, a quella che si svolge ancora oggi durante il carnevale di Ivrea.
Si ritiene che fino alla metà del secolo scorso, l’integrazione tra due costumi locali, come il Carnevale e “u Ditt”, sia stata totale. Questi ultimi – ricorda Michele Solimando, pure lui scomparso di recente – derivano dagli antichi
Dicta di epoca precristiana, cioè recite o declamazioni. A San Nicandro si tramutarono in detti, sentenze, precetti e col passare del tempo erano diventati spettacoli di varietà veri e propri, con musiche, canti e attori che si tenevano al chiuso.
Solimando coglieva nel carnevale sannicandrese motivazioni culturali, sociali e politiche più profonde rispetto, per esempio, a Silvio Petrucci, grande giornalista anche lui originario di S. Nicandro che visse e lavorò in grandi quotidiani romani. Secondo Michele Grana, Solimando avvertiva la contrapposizione delle classi sociali che nelle manifestazioni carnevalesche e soprattutto nel “ditt” trovava la sua piena espressione simbolica e allusiva.

Il Carnevale di Peschici

Come rammenta Angela Campanile nel suo “Peschici nei ricordi”, ogni quartiere preparava il suo fantoccio di Carnevale. Si usava paglia, carta e abiti, i più malandati che ci fossero. Tutti i fantocci vestiti di tutto punto e con in braccio il classico bottiglione di vino, la mattina del martedì, ultimo giorno di Carnevale, venivano appesi ai crocevia. Dopo pranzo, ci si mascherava e si girava in gruppo per il paese. Qualcuno provava a improvvisarsi attore e a esibirsi in scenette umoristiche. Poi – come nella tradizione biccarese (vedi articolo in altra parte della rivista)9  – si “operava” Carnevale, mettendogli nella pancia proprio di tutto: vecchie scarpe, cipolle, patate, barattoli e lo si caricava in groppa ad un asino seguito da un finto chirurgo, dalla finta moglie di Carnevale e da tutte le maschere. L’«intervento chirurgico» vero e proprio avveniva estraendo quanto era finito nella pancia del fantoccio, nel frastuono di urla e risate generali.

All’imbrunire, l’asinello e il suo carico veniva portato al castello dalla cui sommità i peschiciani si liberavano del fantoccio, gettandolo in mare.
La Campanile ricorda inoltre come negli anni Trenta, oltre all’operazione, si improvvisasse la “Zeza Zeza”, una sceneggiata cantata i cui personaggi venivano interpretati sempre dagli stessi attori, una tradizione che – come molte – è ovviamente scomparsa. La festa del Carnevale peschiciano terminava nelle sale da ballo per i più giovani e nelle cantine per gli amanti del vino.

Il Carnevale di Lucera

Un tempo, quello di Lucera era un Carnevale piuttosto sfarzoso e bene organizzato, rispetto agli altri della provincia anche se privo di connotazioni locali.
Come ricorda Michele Conte sul ‘Nuovo Foglietto’s18, un apposito Comitato provvedeva alla programmazione e organizzazione delle diverse manifestazioni. Tre spari di mortaretti annunciavano l’inizio della festa, col saluto di Carnevale, la gran mascherata del Comitato e l’abbondante getto di fiori, confetti e coriandoli per le vie della città. Nelle domeniche successive, oltre alla sfilata della Banda Musicale c’era la cavalcata dei clown sugli asini con il premio per l’animale che fosse arrivato ultimo nella corsa.
Si svolgevano alcuni veglioni nel Teatro Garibaldi, corsi di maschere e carri con getto di coriandoli e confetti, il giuoco della cuccagna e una lotteria di beneficenza in Piazza Duomo con il tradizionale giuoco della Secchia Piovente, che si svolgeva in Piazza Tribunali.
Il Carnevale si concludeva con un festival in Piazza Duomo, fantasticamente illuminata e allietata dal suono della musica cittadina, con fiera, balli, canti, cena e fiaccolata.
Significativa era la manifestazione dei Patrizi risalente al 1903 con sfoggio di carrozze, sceneggiate e carri.«Dopo lo sparo di un mortaretto – scrive Conte – spuntava la prima carrozza con due Rugantino (Lascala e Patrono); poi la seconda con due Pulcinella (Fiore e De Troia), la terza con due Meneghino (Russo e Faccilongo), la quarta con due Gianduia (Accinni e Accinni), la quinta con due Stenterello (Leone e Schiamone), la sesta con due Pantalone (Squadrilli e Lepore), la settima con due Ruzzante (Marotta e Lupo) e la nona con due Arlecchino (Severino e Lucera). Quando ogni carrozza si fermava vicino al palco, scendevano le maschere accolte con gioia dai patrizi e si acclamavano le loro rispettive patrie: Roma, Napoli, Milano, Torino, Firenze, Venezia, Bologna, Padova e Bergamo.
Sul palco Patrizi e maschere si abbracciavano regalandosi fiori e confetti. Quindi si procedeva ad ordinare il corteo. Un battistrada a cavallo era seguito da due trombettieri anch’essi a cavallo. Seguivano poi le nove carrozze, in ciascuna delle quali vi erano due maschere e un patrizio. Il corteo partiva da Piazza Duomo e si muoveva per tutto il centro storico gettando fiori lungo il cammino per rientrare alla fine nel Palazzo Colasanto».
Tutto si svolgeva come nelle grandi feste pubbliche delle maggiori città d’Italia. Il Carnevale terminava con sfilate di maschere e carri per le vie della città, l’addio del Carnevale con carro di chiusura accompagnato da un folto corteo di maschere, preceduto e seguito da bande musicali. Al termine seguiva una ricca premiazione al miglior carro per concetto ed esecuzione, alla migliore mascherata che maggiormente era riuscita a divertire il pubblico, alla maschera dei veglioni ritenuta più elegante.
Secondo la ricostruzione fatta da Michele Conte e Massimiliano Monaco, autori nel 2008 di una ricerca sul carnevale lucerino, questa tradizione avrebbe vissuto il suo momento d’oro tra il 1865 e il 1906, quando le manifestazioni consistevano molto spesso in mascherate di gruppo, cavalcate in carrozza e serate di festa in cui molte personalità lucerine divennero delle piccole celebrità del settore.

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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