Cultura VivaAnno 2 N°3

Nuovi nomadi alla fine del viaggio

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‘Diomede’ ha incontrato, nella sua Manfredonia, Nicola Spa­da­franca, l’autore del rèportage fo­tografico Nuovi nomadi alla fine del viaggio. Extracomunitari, o più cor­ret­ta­men­te migranti, ai quali diamo una parvenza di ospi­talità e che ci re­sti­tuiscono ric­chez­za, quella che a cifre sempre maggiori sta dentro il nostro PIL. Persone che, pur di strappare un lavoro qualunque, accettano di vivere in condizioni disumane. Eppure, nonostante que­sto e co­me dimostra lo sguardo te­sti­mo­ne di Spadafranca, nei loro sguar­di c’è sempre qualcosa di buo­no e di sincero.
Un’occasione, allora, per farci rac­contare questa sua esperienza fo­to­grafica sul territorio che ha pro­dotto una mostra, uno spet­ta­colo teatrale ed ora, a chiusura del pro­getto, un libro fotografico che con­tiene molti degli splen­di­di bian­co/neri scattati dall’autore nel suo vagabondare tra le cam­pa­gne della nostra provincia. Il lavoro di Spa­da­franca ha con­tri­buito non poco alla benemerenza di AFI (Artista della Fotografia Italiana) della qua­le è stato in­si­gnito nel recente Con­ve­gno na­zio­nale della Fe­de­ra­zione Italiana Associazioni Fo­to­gra­fiche svoltosi a Massa Carrara.
Come è nata l’idea del pro­get­to fotografico? E quali sono le mo­tivazioni che ti hanno spin­to ad intraprendere questo viag­gio in cerca dei nuovi no­madi?

Nel settembre 2006 avevo letto l’articolo di Fabrizio Gatti pub­bli­ca­to sull’Espresso dal titolo, di per sé drammatico, Io schiavo in Pu­glia. Un articolo sconcertante, cor­redato da foto quasi di cir­co­stan­za. L’abbinamento mi ap­par­ve stri­den­te, mentre i fatti narrati sem­bra­va­no realtà lontanissime, se non ine­si­sten­ti. Mi sono chiesto perché Gatti aves­se usato quelle foto, molto leg­gere, per lo più di gente dedita al lavoro nei campi, compreso lui. Per­ché non bastavano le parole per de­scri­vere la drammaticità di quan­to ac­cadeva sulla mia terra? A ri­flet­terci, una delle caratteristiche del lin­guag­gio visivo, ovvero della fo­to­gra­fia, è la sua potenza evo­ca­ti­va rispetto alle parole (“L’uomo pen­sa per immagini”, A. Camus). Ho de­dotto così che il nostro ter­ritorio dovesse essere raccontato per im­ma­gini. Da parte mia, at­tra­verso la fo­to­gra­fia posso co­no­scere il mon­do, ed è un modo per viverlo e scoprirlo. Ho deciso così di fo­to­gra­fare il mio ter­ritorio. Un’indagine fotografica, quindi, sul territorio e sulla sua evo­lu­zio­ne an­che rispetto ai miei vi­vis­simi ri­cor­di d’infanzia. La campagna ed i suoi riti/miti io li conoscevo bene. Ri­per­correndo tali sentieri, sulle mie stes­se tracce, ho av­ver­tito sem­pre più la presenza di nuovi abi­tan­ti e la mia curiosità è cresciuta. Ho vo­luto affrontare questa realtà in pri­ma persona, senza idee pre­con­cette, ac­can­to­nando tutto quello che ave­vo let­to, smontando ogni tipo di so­vra­struttura mentale. E sono par­tito senza darmi tempi di pro­du­zio­ne, visto che era una mia ricerca per­sonale, armato soltanto di una fotocamera, un taccuino, un libro e della mia passione.
Persone nei luoghi e luoghi di persone. È questa la chiave di volta del tuo lavoro fo­to­gra­fico?
Indubbiamente l’incontro con la gen­te è stato il punto nevralgico di questo mio viaggio. Ho in­con­trato persone complesse, piene di bi­so­gni, lontane dai propri paesi ed in si­tua­zioni di vita complicate, ma anche con molta voglia di gioi­re, con una loro dignità as­so­luta che ho pro­va­to a raccontare attraverso le mie fo­to­grafie. Il cambiamento della po­po­la­zio­ne, diciamo così rurale, l’avvertivo an­che nella pratica quo­tidiana.  An­dan­do a Foggia, notavo file di per­so­ne camminare lungo i bordi della strada e volevo sapere chi fossero questi nuovi abitanti, que­sti nuovi nomadi del nostro ter­ri­torio. Sono stato con loro, nei loro casolari, ho condiviso molte gior­na­te del loro lavoro e sono diventato amico di alcuni di loro. Non era mia in­ten­zio­ne fare un reportage d’assalto, bensì rac­con­tare queste persone dal di dentro, attraverso la loro quo­ti­dia­nità e rispettando il loro volere. Ho sem­pre chiesto a tutti se potevo fo­to­grafarli ed ho ri­spet­ta­to le loro decisioni. Di qui la scel­ta di scat­tare da vicino, ma senza sgo­mi­ta­re; i francesi direbbero “foto a’ la leica” intendendo con questo il ri­fiu­to dell’uso della focale estre­ma per stu­pire, che non vuol dire non usar­la, ma non usarla chias­so­sa­men­te.
Ho sempre avvertito la loro di­gni­tà, anche la loro gioia nella com­ples­si­tà della loro vita. Questo alla fine forse è diventato il filo conduttore del mio viaggio fo­to­grafico. Quan­do ho co­minciato a far vedere le foto a qual­che os­servatore più esper­to, questo aspet­to è stato re­cepito im­me­dia­ta­mente: mi di­ce­va­no sempre che il valore aggiunto del mio lavoro fo­to­grafico era il fatto che fosse un re­por­tage nato dall’interno e non dall’esterno del territorio a cui ap­par­tiene. Le foto narrano le loro sto­rie, i loro silenzi, i loro sguardi, cer­cando di cat­tu­ra­re quest’empatia, l’aria che cir­con­da la loro esistenza dalle nostre par­ti.
Il volume fotografico è il tas­sel­lo finale di tutta questa ope­ra­zio­ne, di questo tuo viag­gio nel ter­ri­to­rio. Come ci sei arrivato. Qual è stato il percorso che ha, per così dire, chiuso il cerchio?
Tutto il progetto è stato piut­to­sto complesso. Io ho scattato una gran­de quantità di foto: di 3.600 scatti ne ho selezionati circa 60 con l’aiuto di Carla, mia moglie, e le ho pro­po­ste in vi­sio­ne ad alcuni amici dei quali mi fidavo. Queste persone hanno molto apprezzato il risultato fo­tografico, così l’ho presentato all’Assessorato alle Po­litiche So­ciali del Comune di Man­fredonia che è sensibilissimo a que­sti ar­gomenti. Il Comune mi ha sùbito proposto una mostra che mi ha non poco preoccupato per i tem­pi brevi im­po­sti e, la­vo­ran­do con il bian­co/nero in ca­me­ra oscura, tempi brevi non se ne hanno.
La mostra è stata allestita ed ha promosso uno spettacolo te­a­tra­le di supporto alla stessa espo­si­zione. È in quella fase che l’Assessore mi ha chiesto la di­spo­nibilità a donare le foto al Comune. Cosa che è av­ve­nuta. Mostra e spettacolo sono state riproposte per le scuole ed “esporta-te”, per così dire, al Te­a­tro degli Atti di Rimini in oc­ca­sio­ne della Gior­na­ta del Rifugiato il 20 giugno 2009. Un’esperienza per me appagante in quanto si av­ver­tiva l’esigenza e l’importanza di fare, con altri mez­zi, un’informazione senza fron­zoli, in qualche maniera con­ta­minando le espressione ar­ti­sti­che (fo­to­gra­fia, teatro, musica ecc.).
Il libro è stato il prodotto finale di tutto questo percorso con­di­vi­so che ha intrecciato altre strade ed altri soggetti. Io ho iniziato da solo que­sto viaggio nel mag­gio/giugno 2007, viaggio che nell’agosto 2008 si è incrociato con il Camper del Co­mu­ne di Man­fredonia del pro­get­to So­li­da­rietà in Movimento, ho in­con­tra­to anche Medici senza Fron­tiere… e da quel momento non ho più viag­giato in proprio ma, una volta alla settimana, con il Camper del Co­mu­ne e l’associazione PA­SER di Man­fre­do­nia. Alla fine c’è stata questa conclusione positiva de­ter­minata dalla sensibilità dell’Assessore e del Sindaco, dell’Ufficio dei Servizi So­ciali e dell’Ufficio Cultura del Co­mu­ne. Il volume chiude il cerchio, penso nella maniera migliore pos­sibile e la sua pubblicazione dà so­prat­tut­to l’idea di un prodotto finito, di un progetto territoriale con­clu­so.
Il libro fotografico non ha un prezzo di copertina ed è di­stri­bu­ito in modo particolare. Che cosa bisogna fare per averlo? A chi rivolgersi?
Gli Enti e le Associazioni in­te­res­sa­te possono contattare di­ret­ta­men­te il Comune di Manfredonia. I privati possono richiedere il libro versando un’offerta a favore dell’ As­so­cia­zio­ne di Volontariato SS. Redentore di Man­fredonia che agisce sul ter­ri­to­rio a favore dei più deboli, ge­sten­do tra l’altro la mensa per po­veri che ac­co­glie per tutto l’anno circa 30 bi­so­gno­si al giorno, e lo fa inin­ter­rot­tamente da 20 an­ni. Un vero re­cord!

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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