Cultura VivaAnno 1 N°1 NS

L’incredibile storia delle famiglie di Faeto schiave in Brasile

Una pagina tragica e inedita di nostri emigranti che nelle foreste brasiliane di fine ‘800 furono schiavizzati nella raccolta del caffè

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Sono nato in Brasile da genitori italiani, emigrati due volte-e sempre per ragioni di lavoro.
La mia è una testimonianza parziale, non solo perché marcata dai miei soli otto anni di vita in quel bellissimo Paese, ma-perché priva di una conoscenza della sua storia e di quella di-migliaia di italiani che, prima dei miei genitori, affrontarono-l’esperienza dell’emigrazione. Così, per il gusto di una conoscenza più approfondita, ho appreso quel che ignoravo e che-molti di noi italiani tuttora ignorano, foggiani inclusi.
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, dall’Italia si svilupparono varie ondate di flussi migratori verso l’America Latina –-Argentina e Brasile in primis – con la nascita di relative narrazioni sull’esperienza dei nostri migranti. Artefici furono-politici, intellettuali, giornalisti e scrittori, compreso un foggiano illustre ma sconosciuto ai più, Alessandro D’Atri, che fu-anarchico e giornalista, come tanti altri italiani che, come lui,-presero in quegli anni la via delle Americhe.
Ma di lui “Diomede” se ne occuperà a parte.
D’Atri subentra perché i suoi articoli,-i suoi libri, il suo lavoro furono motivo-ispiratore per convincere tanti italiani,-e molti meridionali, a migrare verso-quel nuovo mondo, Brasile innanzitutto.
Le opinioni sul lavoro in Brasile, a-quel tempo, vedevano contrapposte due distinte esperienze. Da un lato il-lavoro presso le fazendas nello Stato di-San Paolo e la formazione delle piccole-proprietà nel sud del Paese (gli attuali-Stati federali del Rio Grande do Sul e di-Santa Catarina).
E mentre nella prima situazione si era di fronte a un processo di sostituzione della manodopera schiava – in-pratica i nostri emigrati prendevano il-posto dello schiavo africano –, nell’altro emergeva una realtà ben diversa, poiché dall’insediamento di nostri-connazionali in certe piccole proprietà-agricole, il loro status era quello di proprietari.
La contrapposizione sulla stampa italiana, circa queste vicende, arriva ad-assumere toni talvolta polemici.
Se dallo Stato di San Paolo partono voci sul Brasile quale luogo di sfruttamento dei lavoratori e terra della morte,-dal sud, invece, i cantori dell’emigrazione evidenziano i progressi materiali-ottenuti e l’ascesa sociale dei lavoratori-italiani emigrati.
Due anarchici e pubblicisti italiani si-contrappongono.
Sono il toscano Oreste Ristori e il foggiano Alessandro D’Atri.
Come osserva Luis Fernando Beneduzi, in un suo ampio e articolato articolo, “Ristori aveva degli interlocutori-molto chiari e la sua descrizione dell’inferno brasiliano è un dialogo netto con-queste narrazioni celestiali e contro la-politica di Stato in vigore. Lui non dava-spazio all’immigrato che aveva «fatto-l’America», perché il suo scopo era portare alla luce quello che l’America aveva-costruito, ma per il guadagno altrui”.
Diversa l’opinione del nostro Alessandro D’Atri, che attribuisce le lamentele dei coloni italiani “alla loro ambizione, poiché non erano soddisfatti dalla-condizione odierna molto più vantaggiosa di quando erano in Italia”.
Ma la lettura che fa Ristori è molto-più vicina alla realtà, in base alle tante-esperienze raccolte. Questi sosteneva, infatti, che il fenomeno migratorio-nasceva da un inganno: al lavoratore-italiano veniva promessa e offerta la-cuccagna, quando all’atto pratico viene-a trovarsi in una condizione peggiore di-quella di partenza.
In questo contesto si situa la tragica-esperienza migratoria di chi ha vissuto-il fallimento della speranza di cambiamento di vita. Almeno come esperienza-brasiliana.

LA TRAGICA SORTE DEI FAETANI
È il caso di cinque famiglie di Faeto,-capeggiate da Giuseppe “Joe” Montanaro. Questi era nato nel piccolo comune-dei Monti Dauni, in provincia di Foggia,-il 3 maggio 1878, da Pasquale Giuseppe-Montanaro e da Grazia Villano.
Nella sua permanenza decennale in Brasile, conobbe e sposò una bella-trevigiana di Mogliano, Caterina Arcaro,
di sei anni più giovane, ed ebbero ben-sette figli: Grazia (nata a San Paolo del-Brasile nel 1901), Angela (Faeto, 1902),-Luigi (Columbus, USA, 1907), Patrizio-(Columbus, USA, 1911), Antonio (Columbus, USA, 1914), Alberto (Columbus, USA,-1918) e Maria Caterina (Columbus, USA,-1921). Giuseppe morirà quasi novantenne il 25 agosto 1965 negli Stati Uniti, a-Columbus, nello Stato dell’Ohio dove la-famiglia si era trasferita dopo l’esperienza brasiliana e prima di un breve-rimpatrio a Faeto, scrivendo nell’America del Nord la seconda e più pregnante-storia della loro vita.
La storia di Giuseppe Montanaro – per inciso occorre precisare che il suo-cognome l’ho trovato, nelle mie ricerche, citato in modi diversi: Montenaro-prima e Montanaro poi – parte nel 1892-quando la povertà e l’assenza di prospettive lo inducono ad accettare un-imbarco per il Sud America.
Con lui e la sua famiglia partiranno-anche altri quattro nuclei familiari di-Faeto. La destinazione è il porto di Santos – la stessa bellissima città affacciata sull’Oceano Atlantico ove io stesso,-da piccolino, trascorrevo brevi vacanze-al mare – e da qui verso l’interno del-Brasile.
Il percorso veniva effettuato dapprima in treno e, a seguire, su un carro-trainato da buoi. Si arrivava in questa-grande azienda agricola, la classica-fazenda, con migliaia di ettari e sterminate piantagioni di caffè, l’oro nero-del Brasile. L’azienda era popolata da-centinaia di famiglie come la loro, fra le-trecento e le quattrocento, provenienti-dai Paesi più disparati: Portogallo, Spagna, Germania e naturalmente Italia.
Un po’ per l’ignoranza, la non conoscenza della lingua, l’emozione per-quella che consideravano la svolta della-loro vita, accettarono di buon grado il-contratto di lavoro e le condizioni cui-sottostare.
Gli italiani che andavano a lavorare-presso le coltivazioni del caffè, vi arrivavano solitamente attraverso viaggi-spesati dagli stessi proprietari terrieri.
Purtroppo, per il debito del viaggio vi-rimanevano vincolati.
Leggendo più accuratamente le clausole, si poteva infatti notare a che-punto le loro libertà sarebbero state represse all’interno della fazenda. È quel-che accadde alle famiglie faetane e a-tutte le altre finite nella trappola.
Nel loro contratto di lavoro erano indicate le condizioni che consentivano-al colono di lasciare la fazenda ma al di-fuori di queste condizioni gli immigrati-erano obbligati a restare fino a quando-il loro debito, per il viaggio pagato dai-fazenderos, non fosse stato saldato.

RICHIESTA LECITA, REAZIONE INFAME
Accadde un giorno che al padre di Giuseppe Montanaro venne l’idea di-chiedere una cortesia, e per il solo fatto-di averlo chiesto, ne pagò terribili conseguenze. Si era permesso di chiedere-ai proprietari, dai quali dipendevano-anche decine di indigeni col compito di-controllare i coloni e reprimere eventuali reazioni o proteste, la possibilità-di ottenere un anticipo sulla paga per-consentire all’altro figlio rimasto a Faeto, Giacomo, di due anni più grande di-Giuseppe, di venire a lavorare anche lui-in Brasile. È vero che il contratto vigeva-da soli sei mesi ma non gli sembrava di-aver chiesto la luna.
Il diniego non fu privo di abusi, prima verbali e poi fisici. Furono picchiati-e solo in quel momento si resero conto-di essere dei moderni schiavi. La loro-qualità di immigrati non li poneva certo-sullo stesso piano degli schiavi africani,-ancora considerati e trattati come una-mercanzia, ma avevano di fatto preso il-loro posto. Legalmente risultavano liberi lavoratori ma allo stato erano essere-considerati “manodopera”.
Erano tanti i tipi di maltrattamenti-subiti da coloni, pur in presenza di un-regolare contratto, specie se paventavano l’idea di abbandonare la fazenda.
Una immagine chiara e devastante di quel che poteva accadere loro, e accadeva frequentemente, ce la consegna proprio Oreste Ristori, nel suo-libro del 1906, “Contro l’immigrazione al-Brasile“, pubblicato in Italia l’anno dopo.
“Nella fazenda Guatapará – racconta Ristori – , ove gemono come reclusi circa 10.000 coloni, si perpetravano, fino a-pochi mesi or sono, atrocità spaventevoli. I coloni che non filavan dritti – che-non volevano, cioè, piegar la groppa a-tutte le infamie e le vigliaccherie – eran-trascinati a viva forza in una specie di-sotterraneo, legati ad un tronco, flagellati a sangue in ogni parte del corpo ed abbandonati, poi, in quella posizione per tre-o quattro giorni alle prese col digiuno e-colla morte. Alcuni di questi infelici, fra i-quali un giovanetto di 17 anni, vi perirono-miseramente; altri, riusciti a scappare,-narrarono cose raccapriccianti che provocarono un vero scoppio d’indignazione-sui giornali più indipendenti del paese”.

LA FUGA NELLA GIUNGLA E LA NUOVA VITA
I nostri comprovinciali riuscirono a-salvarsi attraverso un tentativo organizzato di fuga.
Successe la sera che i proprietari dell’azienda festeggiarono il ritorno da-Roma dei loro figli, studenti in un College-della capitale.
Alla festa partecipavano anche le guardie e profittando dell’inusuale-caos, il padre di Giuseppe e il resto della sua famiglia scapparono nottetempo,-inoltrandosi a piedi nudi nella pericolosa giungla brasiliana.
Con loro si aggiunsero solo tre delle-altre famiglie faetane. Fu una fuga rocambolesca e all’insegna del pericolo estremo. Nella folta giungla trascorsero ben sei giorni, in cerca di un approdo sicuro.
In quel contesto dovettero evitare pericolosi animali selvatici e serpenti velenosi. Al termine della fuga raggiunsero-una prima città tranquilla e da lì si spostarono in altre località.
La loro permanenza in Brasile durò circa dieci anni, e fu in questo periodo-che Giuseppe sposerà Caterina Arcaro,-di origine veneta, la cui famiglia aveva-subìto la stessa sorte ed era ugualmente riuscita a fuggire. Nel 1902 Giuseppe-rientrò a Faeto con la moglie per un-breve periodo, e qui nacque la sua secondogenita. Suo fratello Giacomo nel-frattempo era emigrato anche lui oltreoceano, ma verso l’America del Nord,-stabilendosi nell’Ohio dove aveva trovato lavoro in una cava di pietra. Giuseppe-lo seguirà due mesi dopo il momentaneo ritorno a Faeto. La moglie e le due-bambine resteranno in Capitanata con-la madre, per poi raggiungere marito e-cognato due anni dopo, il tempo necessario per mettere da parte i soldi per il-viaggio.
Il nuovo percorso della famiglia Montanaro negli States continuerà ad-avere il volto scolpito nella fatica e-impresso nella dignità.

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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