Cultura VivaAnno 1 N°1

Leonardo Céndamo: Ieri ‘scugnizzo’ oggi celebre fotografo

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Lo sguardo diretto, l’aria sorniona, la voce piena e nitida. Non dimostra nemmeno i suoi 70 anni tondi, trascorsi solo in parte in provincia di Foggia. Leonardo Céndamo è uno dei più apprezzati e quotati fotografi italiani. Basta consultare il sito di Grazia Neri, la maggiore agenzia fotografica italiana che dal 1982 gestisce tutto il suo lavoro, per trovare immediata conferma. Ha lavorato con grandi fotografi, vivendo tra Milano e New York. Per lo stilista Giorgio Armani, da giovane ha fatto da modello e qualche anno dopo ha lavorato con lui come fotografo di moda. Del leader socialista Bettino Craxi, dai tempi della gloria a quelli più cupi di Hammamet, non era solo un accreditato fotografo ma un amico. Incontriamo Leonardo Céndamo a Foggia, in una infuocata serata estiva, mentre alle nostre spalle – tra due ali di folla, per la verità nemmeno tanto raccolta e partecipante – scorre
la Processione del 15 agosto dedicata alla Madonna dei Sette Veli, patrona della città, a ricordo del ritrovamento del Sacro Tavolo. Il “Maestro”, come garbatamente mi permette di chiamarlo, resta colpito dalle uniformi eleganti, colorate, utilizzate per l’occasione dai responsabili e dai delegati delle varie Confraternite foggiane. Avesse avuto per le mani la sua fidata Canon, avrebbe immortalato in un delicato ritratto qualcuno dei volti
austeri, al seguito del rito religioso. A Foggia Céndamo ci torna in media due volte l’anno, a Natale e in estate, per ritrovare i tanti fratelli e sorelle. Scende giù da Barni, nei pressi del lago
di Como, dove vive da tempo. «A San Nicandro Garganico ho trascorso un solo anno. Poi con la famiglia ci siamo trasferiti a Foggia». Un percorso al contrario, verrebbe da pensare: all’epoca del Secondo Conflitto Mondiale
i foggiani sfollavano trovando rifugio nei più riparati paesi dell’interno. «Inizialmente vivevamo in via Sabotino, nei pressi della Stazione ferroviaria. Poi requisirono l’area per edificare un grosso stabile e così andammo ad abitare in via Poggio Imperiale, dalle parti di via San Severo. Immaginate come si poteva crescere in quel contesto, fatto di degrado, povertà, malvivenza. Fu proprio lì però, convivendo anche con atteggiamenti e abilità
tipici degli “scugnizzi”, che si forgiò il mio carattere».
Il piccolo Leonardo capisce cosa siano l’arte di arrangiarsi e la furbizia, che intravvede in particolare nei compagni di gioco. «Se sono quel che sono lo devo anche a quel periodo e a quelle esperienze» ammette quasi con orgoglio Céndamo. Andare a scuola non gli dispiaceva. Una complessa gestione familiare, terminate le elementari, lo costringe a misurarsi prestissimo col mondo del lavoro. «Una mattina, mentre giocavo a pallone con gli amici, mio fratello maggiore mi si parò davanti dandomi una drastica notizia: il giorno dopo sarei andato a lavorare in un negozio». Interrotta l’emozione, Leonardo realizza subito che la sua vita sta per prendere un’altra piega. E così è, anche a conferma di come ai minori – specie qui al Sud – non si fa alcuno sconto quando ci sono di mezzo le ristrettezze familiari.
Il suo primo lavoro è di garzone in un accorsato negozio del capoluogo, la ditta di tessuti “Monteleone”, che a quel tempo operava negli ampi locali sotto i tradizionali «portici». L’esperienza dura qualche anno e avvertendo la necessità di farsi un minimo di cultura, lascia il lavoro e frequenta un maestro, amico di famiglia, che gli dà lezioni per sostenere gli esami per la licenza media, che supera brillantemente. Si iscrive all’Istituto per Ragionieri
ma non va oltre il secondo anno. «Mio padre non voleva che io proseguissi gli studi perché dovevo aiutare la famiglia. Gli risposi che se restavo a Foggia non avrei avuto nessun tipo di futuro e che in alternativa avrei continuato a studiare».
Qualche settimana dopo Leonardo Céndamo è già a Milano. Lo ospita per qualche settimana un amico che gli ricorda sùbito che se vorrà restare in quella città dovrà trovarsi un lavoro e gli consiglia di mettere un annuncio sui quotidiani. Non ci pensa due volte e pubblica un’inserzione sul ‘Corriere della Sera’. L’epilogo è divertente, quasi alla Totò. «Feci scrivere, in maniera credibile ma sapendo di raccontare una bufala colossale: “Commesso offresi per lavoro in negozio di tessuti. Esperienza decennale. Ottimo inglese, francese e spagnolo”. Due giorni dopo avevo già trovato lavoro!». Scugnizzi si nasce, verrebbe da dire. Non solo il furbo Leonardo non parlava  nessuna di quelle lingue ma come poteva vantare un’esperienza decennale uno che aveva appena 22 anni? La realtà è che Céndamo viene assunto da Larus, in via Manzoni, nel pieno centro di Milano, uno dei negozi più importanti della città. Ci resta un paio di anni, maturando anche importanti esperienze grazie alla possibilità di contatti ravvicinati con un certo tipo di clientela. «Non so spiegarlo, ma compresi che emanavo un sottile fascino o quantomeno vedevano in me un certo talento. Fu così che mi proposero di fare il modello. Mi mandarono prima da Paolo Poli – una persona straordinaria davvero – il quale successivamente mi fece conoscere Carla Cerati, che allora era una valente fotografa prima di diventare una brava scrittrice e moglie del presidente della casa editrice Einaudi». Il giovane Céndamo a tutto pensava, quando con la tradizionale valigia di cartone prese l’espresso per Milano, tranne che posare da modello. Comprese che almeno la strada giusta l’aveva imboccata e che bisognava solo dare spazio agli eventi.

Per vivere lavora come fotomodello per famose aziende, come Oransoda e Perugina, ed è proprio sotto le lampade orientate ad arte negli studi di posa, tra una e l’altra, che scatta in lui la molla che lo trasformerà in uno dei più importanti fotografi italiani. «Lavorare per la moda o per grandi aziende non mi dispiaceva. Ma vedere il fotografo muoversi con grande stile, dettarmi pose, suggerirmi sguardi fece scattare in me una luce improvvisa: capii che era molto più bello stare dall’altra parte!». L’illuminazione sarà di quelle immediate e feconde. Céndamo s’informa se siano presenti a Milano scuole di fotografia. Gli indicano la «Società Umanitaria », antica istituzione milanese, tutt’ora operante, che da dopo la Liberazione e fino al 1972 fu retta da un grande foggiano, allievo di Tommaso Fiore, amico di Benedetto Croce e di Ugo La Malfa, l’anzanese Mario Melino. «I corsi erano di durata biennale e costavano complessivamente 120.000 lire (circa 60 euro di oggi – ndr). Aprii il portafoglio e vidi che avevo con me giusto quella somma: doveva essere un segno del destino. Pagai anticipatamente il biennio e presi a frequentare i corsi: volevo diventare a tutti i costi un fotografo!». Terminata quella scuola, il fremente Céndamo aveva bisogno di lavorare sul campo, facendo esperienza come assistente presso qualche accreditato studio fotografico. E poiché la fortuna aiuta gli audaci, sceglie ed entra non in uno studio qualunque ma in quello di uno dei fotografi più bravi allora in circolazione, Franco Scheichenbauer. Fa di tutto per conoscerlo e in breve riesce a… spodestare anche l’assistente precedente. Vi resta un anno e nel contempo conosce altri fotografi importanti. Il mestiere del resto non s’improvvisa, specie in quest’àmbito. Un’amicizia di gioventù, decisiva anche ai fini dell’apprendimento dell’importanza della luce nell’arte, si rivela fondamentale. «Ero amico di Dario Damato – spiega Céndamo – e quando ero a Foggia imparai da lui chi fossero Michelangelo,
Raffaello, Gaugin e altri grandi artisti. Fu lui il primo a spiegarmi da dove arriva la luce e la sua importanza. A lui devo molto anche se spesso litigavamo, come quando pretendeva che lo presentassi a Craxi!». Nella Milano che non è ancora quella «da bere», ma che indiscutibilmente è la capitale italiana della cultura, dell’industria e ovviamente della moda, conosce una infinità di personaggi, alcuni dei quali oggi diventati icone internazionali. Come Giorgio Armani. «Lo conobbi quando non era ancora il grande stilista che sappiamo. Arrivai nel suo entourage da modello, indossando molti suoi abiti. Anni dopo lo ritrovai, ma questa volta da fotografo. Feci per lui diversi servizi fotografici sul lago di Como, oltre che in studio. Capitò che su alcune cose divergessimo e così litigai, lasciandolo». L’altro grande nome della Milano di quel tempo è un politico di razza e uno statista sul quale,
ancora oggi, si riversano fiumi di parole, da contrastate sponde. «Bettino Craxi è stato un mio grande amico e non sarò certo fra quelli che fingeranno di non averlo mai conosciuto. Lo conobbi tramite Paolo Pillitteri, suo cognato. Anzi, arrivai a Pillitteri grazie a Bruno Pellegrini, che all’epoca stava alla scuola di partito del PSI. Fu quest’ultimo, che conoscevo da tempo, a commissionarmi un reportage. A Pillitteri piacque molto e così ebbi
modo di entrare nel “giro” del Partito Socialista. Un giorno mi dissero che a Quarto Oggiaro Craxi avrebbe inaugurato la campagna elettorale. Non lo conoscevo ancora e decisi di seguirlo. Ne venne fuori un bellissimo servizio che piacque moltissimo al leader socialista, che volle conoscermi e complimentarsi di persona. In seguito divenni una specie di fotografo di fiducia, tanto che mi commissionò moltissimi reportage. Ne feci uno anche nella sua villa di Hammamet, unico al quale fu concesso questo genere di servizi. Bettino mi trattava davvero da amico più che da fotografo e questo non lo potrò mai dimenticare». Leonardo Céndamo negli ultimi decenni si è specializzato nei ritratti. Passa senza problemi dalla macchina fotografica tradizionale a quella digitale. Inizialmente, per i suoi ritratti, dà più importanza ai personaggi del mondo del cinema e dello spettacolo. Solo dopo si rende conto che quelli che lo ispirano di più sono gli uomini e le donne del campo letterario, grandi nomi della narrativa e della poesia italiana e mondiale. Oggi i suoi scatti sono contesi da grandi case editrici nazionali e internazionali. Case grandi ma anche piccole, infinitamente piccole come le dimensioni e la tiratura degli esemplari prodotti, con maniacale cura artigianale e grande senso della poesia, da Alberto Casiraghi (meglio:  Casiraghy), lombardo di Osnago, vicino Lecco, ex tipografo, e oggi stampatore, artista, poeta e da 27 anni soprattutto editore. È il padre e l’anima delle Edizioni Pulcinoelefante, che dal 1982 a oggi ha editato circa 8.000 titoli, ognuno dei quali non supera le otto pagine e le 50 copie di tiratura, su carta pregiata. Céndamo è presente in numerosi titoli delle Edizioni Pulcinoelefante. Dopo il consueto aforisma che apre la plaquette, ecco  l’inconfondibile ritratto eseguito dal fotografo foggiano: Umberto Eco, Enzo Biagi, Mario Luzi, Umberto Veronesi… Il suo sogno, nel cassetto forse ancora per poco, è la pubblicazione di un libro che raccoglie una serie di ritratti. «Sarà dedicato a grandi scrittori italiani e stranieri, giovani talenti italiani compresi, come Baricco, De Carlo e altri meno noti ma altrettanto validi. La prefazione me l’ha già scritta Umberto Eco. Cerco solo un buon editore o un mecenate che credano in questa iniziativa, a cui tengo davvero molto». Prima di congedarmi, gli chiedo se nel suo immenso archivio manca ancora qualche foto particolare, un soggetto a cui magari tiene molto e che non è ancora riuscito ad avvicinare. La risposta è lapidaria ma mi lascia riflettere: «Non ve ne sono». Segno che Leonardo Céndamo non smette di cercare o forse perché ognuno rappresenta un mondo, con la sua  unicità e bellezza, in un mondo sempre più spavaldamente – ma in maniera intrinsecamente povera e volgare – votato all’immagine.

CHI È LEONARDO CÉNDAMO

Nato a San Nicandro Garganico il 16 maggio 1939, risiede da oltre venti anni anni in provincia di Como. Fotografo professionista, all’età di un anno si trasferisce con la famiglia a Foggia dove vive sino ai 22 anni. Frequenta ma non completa gli studi di ragioneria e nel 1962 lascia la Capitanata per raggiungere Milano, dove vive dal 1962 al 1986. L’incontro con un diverso stile di vita sociale e culturale lo stimolano. Per mantenersi è costretto a fare diversi lavori e contemporaneamente frequenta “L’Umanitaria”, una struttura di specializzazione a livello superiore nel settore della fotografia. Dopo due anni di studi Céndamo diventa assistente presso il celebre fotografo Franco Scheichenbauer. Vi lavora un solo anno ma questa esperienza gli consente di muoversi a livello interna­zionale. Successivamente collabora con Renato Gozzano per i suoi servizi su ‘Style Life’. Nel 1963 l’Agenzia Twentyone International lo invita alla compi­lazione di books per importanti fotomodelle dell’epoca e alla raccolta d’immagini da presentare a livello pubblicitario e con­temporaneamente collabora con il neonato settimanale ‘Il Chi’, che incarica Cèndamo di eseguire un reportage sulla Parigi not­turna. Vengono così immortalati personaggi come Ives Montand, lo stesso pubblico dell’Olimpia, i famosi clochard della Senna. A Parigi frequenta F. Brofferio e Bob Smith, quest’ultimo amico e fotomodello del grande Helmut Newton che Céndamo cono­scerà durante una cena con loro. Nel 1968 è testimone del “Maggio parigino” – immortalato anche dalle immagini del vichese Ferruccio Castronuovo – che gli costerà anche un breve periodo di carcere per aver fotografato da vicino uno scontro fra studenti e forze dell’ordine. Quando torna in Italia collabora a Milano con Mario Santana, altro grande fotografo e per due anni anche con Alberto Rizzo, fotografo piuttosto noto negli Stati Uniti. Poco dopo Céndamo entra nell’entourage di Giorgio Armani il che rappresenta l’inizio del suo accreditamento ufficiale nella capitale morale italiana. Nel 1971 la rivista ‘Progresso Fotografico’ pubblica una raccolta di fotografie di moda e di personaggi scattati da Cèndamo e due anni dopo il ‘Corriere della Sera’ gli commissiona un servizio sul quartiere Brera. Nel 1976 e nel 1979 per brevi periodi vive a New York e quando torna a Milano allestisce una mostra fotografica sul tema esisten­ziale del vuoto nella società. L’iniziativa è particolarmente riuscita e arriva anche a Foggia, ospitata nel settembre dello stesso anno nelle sale di Palazzo Dogana. La galleria milanese “Il Diaframma” lo invita a tenere una successiva mostra nello stesso anno. Tiene poi altre mostre in diverse città italiane partecipando nel 1989, con la mostra “Gioco e tecnica”, anche alla Biennale Internazionale “Torino fotografia”. Col sostanziale aiuto di Mario Santana, nel 1971 apre uno studio in viale Majno a Milano dove lavora fino al 1986 per poi trasferirsi prima a Magreglio sul Ghisallo e poi a Barni in provincia di Como. Dal 1982 e fino alla sua storica “caduta” politica, Leonardo Céndamo collabora attivamente col Segretario nazionale del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi. Nel novembre 1990 espone alla Libreria Feltrinelli di Milano la mostra “Gioco e’ tecnica”. Anni dopo allestisce altre mostre, come “L’attimo fermato”, da gennaio ad aprile 1996, nell’Aula Magna del Centro Studi a Pordenone e nel giugno 1997 presso la “Galleria Zeroimage” sempre di Pordenone un reportage sul set del film di Fabio Carpi ‘Nel Profondo paese straniero’. Nel 2000 a Cefalù, in Sicilia, nell’àmbito di una rassegna cinemato­grafica dedicata a Marcello Mastroianni, è stata allestita un’ampia mostra del fotografo foggiano noto e apprezzato proprio per aver ritratto numerosi attori e cineasti internazionali, tra cui Fellini, Monicelli, Bertolucci, Greenaway. Nel 2003 nel chiostro della “Biblioteca civica Delfini” di Modena vengono esposte le fotografie scattate da Céndamo ai filosofi che hanno partecipato al “Festival della Filosofia” del 2002. Una mostra di ritratti di scrittori nazionali ed internazionali, intitolata “Danzando con la mente”, è stata allestita a Lecce nell’estate 2006. Dal 1998 l’artista garganico è il fotografo ufficiale della “Scuola dei Libri” che si svolge ogni anno alla Fondazione Cini di Venezia. Leonardo Céndamo sta per pubblicare con lo stesso titolo anche un libro, con la prefazione di Umberto Eco, dedicato a immagini di soli scrittori. Sono numerose le copertine di importanti libri che recano sue foto. Dal 1982 tutto il suo lavoro è stato gestito dall’Agenzia Grazia Neri.

Da: Dizionario Biografico di Capitanata. 1900-2008, a cura di Maurizio De Tullio, Agorà, 2009

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Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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