Cultura VivaAnno 2 N°2

La “Chiesa dei Morti” e lo stupefacente risveglio dei foggiani

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L’evento era atteso ormai da troppo tempo, da non destare l’interesse della città. Quella Chiesa che si era addormentata nei ricordi dei cittadini più “anziani”, sconosciuta ai più giovani ed ormai diventata oggetto di episodi di sciacallaggio, è tornata a far parlare di sé. E lo ha fatto grazie alle molte persone e istituzioni che, con qualifiche diverse e a vario titolo, hanno creduto nella necessità di riportarla alla luce, attivandosi sia nella ricerca di fondi per il suo restauro che sensibilizzando la coscienza cittadina, troppo a lungo sopita. Così, la Chiesa dedicata a Santa Maria della Misericordia, ma più nota a Foggia come la “Chiesa dei Morti”, è stata la protagonista e il fiore all’occhiello delle “Giornate FAI di Primavera” foggiane, con l’obiettivo di renderla finalmente visibile e fruibile anche se per poche ore, col suo prezioso contenuto. Situata in un’area molto rilevante del centro storico foggiano (denominata “Zingari Vecchi”) e precedentemente occupata dal fastoso “Palacium di Federico II”, era rimasta a lungo chiusa e dimenticata. Oggi, con l’attuale restauro, riacquista finalmente nuovo splendore e interesse anche in seguito all’apertura al pubblico, avvenuta nelle giornate del 28 e 29 marzo scorsi, che ha fatto registrare l’inusuale “spettacolo” di tantissimi cittadini in fila che si sono lasciati condurre nella visita alla Chiesa. La cronaca, quasi in “presa diretta”, rende meglio l’idea di come sono state vissute quelle emozioni. Dopo una paziente fila, ecco la possibilità di entrare attraverso il cantiere e quindi la sensazione di temporaneità, il passaggio attraverso la angusta porta laterale (di nessun pregio), e quindi l’ingresso nell’unica aula in un ambiente spoglio, vestito solo da tre importanti episodi: la macchina dell’altare, il soffitto cassettonato ligneo e la cantoria con l’apparato laterale. Così avviene l’ingresso al monumento: stesso copione per tutti, si passa dalla luce alla penombra, respiro sospeso, teste all’inssù e la curiosità che si va saziando mano a mano che gli occhi leggono e interpretano; ognuno riceve un’impressione personale e stupita, una valanga di domande investe le giovani guide (allievi dell’Istituto Statale d’Arte). I visitatori desiderano sapere se la Chiesa era stata sconsacrata, da quanto tempo era chiusa e perché, cosa era stato ritrovato e soprattutto quando sarebbe stata riaperta definitivamente e cosa sarebbe diventata. Tutto ciò ha prodotto interessanti dibattiti fra i gruppi, con l’avanzamento di due possibili soluzioni: Chiesa sicuramente, ma anche un idoneo Museo Diocesano. Quale luogo più degno di questo per realizzarlo? Non è mancato nemmeno un momento di commozione per qualche ricordo familiare con la Chiesa teatro di eventi legati a episodi belli e brutti: ”Un mio antenato era membro della confraternita…”, “Mio nonno è stato sepolto qui…”,  “Mia madre si è sposata in questa chiesa…”, “Dove sono i registri?”. C’è stato poi chi è tornato, dopo la visita, con vecchie foto o con dei libri e chi, come i vicini, ci ha invitato a visitare i sottani limitrofi e raccontato la loro storia e gli sforzi fatti per valorizzarli. E infine non sono mancati lo studioso che cercava le iscrizioni antiche e quei curiosi che volevano visitare i locali interrati, pensando al mito del Palazzo federiciano. Arte, storia, cultura e tradizioni si sono fusi in un unicum imprevedibile. Parlano le cifre: in due giorni più di mille visitatori, difficile anche fare uscire la gente dall’aula della Chiesa, che in un miracolo civile  questa volta si è trasformata in una piazza. È chiaro che, con la restituzione di questo monumento alla città, si apre un percorso storico-artistico fondamentale: basti solo pensare alla sua ubicazione, tra il Teatro cittadino e il Museo Civico, di fronte ad alcuni importanti ipogei cittadini, nei pressi di Porta Grande, del Conservatorio di Musica e delle Fosse granarie. Ora il testimone passa alla Curia Arcivescovile, che sta già lavorando per predisporne l’apertura. Dobbiamo avere però la consapevolezza che tale bene, in quanto passato attraverso la storia della città, non può essere considerato patrimonio esclusivo della Chiesa. Anzi, questa deve essere orgogliosa di poter amministrare un edificio di questo valore che, così come altri importanti capolavori presenti nel nostro territorio, appartiene alla comunità foggiana ed arricchisce sia spiritual-mente che civilmente ogni cittadino responsabile.

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.