Cultura VivaAnno 2 N°3

Gli “angelici territori” di Matteo Manduzio

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Le opere di Matteo Manduzio, di recente esposte nella Sala Grigia del Palazzetto dell’Arte di Foggia (8-22 maggio 2010), si rivelano come un distillato purissimo di sensibilità, arte e cultura. Le sue carte, dove prevale il colore della sabbia, “un colore che emana calore ed accarezza l’anima degli stanchi e delusi”, inebriano infatti l’osservatore e lo conducono, dopo il momento della “cattura”, in percorsi “attivi”, infiniti, rendendogli così possibile riflettere sul presente a partire dai tanti fili/segni evocatori che lo riannodano al passato, alla storia, al mito, e che gli danno anche l’abbrivio per colloqui interiori che consentano una più immediata, personale, e intuitiva forma di conoscenza. C’è un momento in cui, infatti, dovremo fare a meno dell’Angelo, del messaggero/portatore di verità la cui ala protettiva è sagomata in quasi tutte le opere di Manduzio, e dovremo cominciare ad andare nel mondo solo con i nostri mezzi, cercando possibilmente “vertute e conoscenza”. E in questo andare potremmo avere anche la ventura/sventura di imbatterci nella “barca dei folli”, dove la libertà più assoluta è tuttavia anch’essa in un equilibrio precario, in balia com’è del mare, che necessariamente costringe, dice il Manduzio-poeta, “a sognare approdi futuri”. La libertà è conquista difficile e ancor più difficile è conservarla.
Opera centrale di questa mostra, la “barca dei folli”, col suo carico di dolore, di desideri, di sogni e ricordi, di speranze, solca con forme sinuose l’azzurro mare in un isolamento terribile. E anche l’Angelo può poco, nell’indirizzare la navigazione, nel creare legami, solidarietà, immerso com’è anche lui nel fragile equilibrio del vascello con la natura circostante.
Dunque, dove andiamo? “Mi piace scrivere delle tue opere,Matteo, perché è noto il punto di partenza, ma mai il punto di arrivo” ha scritto il curatore della mostra, Francesco Picca.
Ed ha ragione, perché il punto di arrivo di Matteo Manduzio è oggi in un altro incipit, in un altro inizio. L’opera che il visitatore ha infatti potuto vedere per ultima nella mostra aveva paradossalmente questo titolo: Incipit. Un’opera che sconvolge quasi i valori estetici e simbolici sin qui seguiti dall’Artista, il quale approda ad altri “angelici territori”, ad un immaginario, cioè, che riduce al minimo la preziosità di pigmenti e inserzioni, la citazione, l’intreccio tra esprit de finesse ed esprit de geometrie (ricordo i suoi lavori sulle cartografie e sui numeri di Fibonacci), le allusioni esoteriche e  itologiche, a favore di una essenzialità e di una semplicità, di una ruvidezza, persino, dense di spiritualità, che ricordano le prime e più significative espressioni di arte sacra.

Il ritorno di "Diomede". Come abbonarsi
Abbonarsi a una rivista come “Diomede” non significa solo assicurarsi le copie cartacee e digitali previste in un anno. Significa condividere una sfida, incoraggiare in maniera concreta un progetto editoriale a diventare adulto. Chi si abbona, ci consente di pubblicare “la rivista più bella mai esistita a Foggia”, come l’hanno a suo tempo definita.
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