Cultura VivaAnno 3 N°7

Fuggi da Foggia!

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Il foggiano, quando non riusciva a fare tacere i morsi della fame, ricorreva ad espedienti ingegnosi e si inventava alcuni lavori, descritti da Michelangelo Manicone come originali manifestazioni di folklore locale.
Il più diffuso era la raccolta delle ciammaruchelle: intere famiglie la praticavano per tre o quattro mesi all’anno, da giugno a settembre inoltrato, nei campi intorno alla città, garantendosi, in questo modo, una minestra, ma anche un po’ di denaro da parte degli onnipresenti mercanti forestieri, che facevano incetta di quelle lumache, pagando un prezzo bassissimo e, poi, si arricchivano esportandole, come ebbe modo di fare notare Raffaele Vittorio Cassitto in uno studio-denuncia ignorato dalle autorità locali[1].
Gli altri mestieri occasionali possono costituire una singolare testimonianza della diffusa indigenza dell’epoca, come la eliminazione delle infestanti cavallette, piuttosto evitata, però, perché da effettuare con la faticosa e pesante spinata, oppure la più largamente praticata caccia al sorcio campagnolo, animale dannoso alle colture e talmente diffuso, da fare nascere degli autentici professionisti, i sorciari che, alla pari dei lupari abruzzesi, si facevano pagare dai massari i trofei delle proprie vittime[2]. In un regime economico tanto precario, l’alimentazione era povera e Leon Palustre de Montifaut poteva scrivere con un pizzico di ironia: “la carne, nella maggior parte dei casi, è sconosciuta, ma il fortunato foggiano deve solo allungare la mano per trovare tutto quello che occorre per il suo nutrimento: una lattuga verde, un po’ di finocchio…”[3]. E, in realtà, come testimoniano la Statistica murattiana del 1811 e l’altra di Giacinto Scelsi del 1865, la popolazione era, volente o nolente, vegetariana e il suo piatto di maggiore consumo consisteva nella minestra di erbe e legumi, in genere fave. Ma la vera base del vitto quotidiano si riduceva, talvolta, al solo pane: la così detta acqua e sale, oppure, il pane cotto insieme ad erbe selvagge e qualche cipolla e  condito con olio, raramente d’oliva e assai spesso di lentisco[4].
Purtroppo, però, Foggia, mercato frumentario per eccellenza, ne produceva uno di qualità poco nutriente e di sapore tanto disgustoso, da indurre quanti ebbero occasione di assaggiarlo a non ripetere l’esperienza, perché era “azzimo e mal cotto, mefitico e fetente”. Due, a detta di Michelangelo Manicone, le ragioni di tali difetti: la disonestà di amministratori e commercianti di granaglie, colpevoli di destinare alla pubblica vendita il frumento di solì ma, ammuffito e precocemente fermentato a causa della lunga permanenza nelle fosse; e, in secondo luogo, l’inadeguatezza dei forni che, alimentati, per la scarsezza di legna nel Tavoliere, con il letame di stalla, lasciavano le pagnotte poco cotte ed umide, ma anche impregnate dell’orribile puzzo emanato da quel singolare combustibile[5]. L’unica nota di fantasia gastronomica, informano il Manicone ed uno strabiliato De Salis von Marschlins, in una dieta alimentare tanto scarsa e monotona, veniva dal rusco o pungitopo e dall’orno o frassino, due piante abbastanza comuni nella campagna dell’epoca: dalla prima, torrefacendone e manipolandone le bac Seconda e ultima parte che, i Foggiani si procuravano, in regime di assoluta autarchia, una bevanda simile al caffè; dalla seconda, lavorando la manna, si preparavano una sorta di economico dolcificante[6]. Alla pari del cibo erano sommari anche gli abiti: niente, quindi, dei costumi eleganti e colorati tramandati dalle raffinate stampe settecentesche ed ottocentesche, ma, come si apprende dalle Statistiche, d’estate, una camicia ed un paio di calzoni, per gli uomini, e un indumento di ruscetta ed una gonna, per le donne; ai piedi degli uni e delle altre, infine, una rozza suola di cuoio fermata da ruvidi legacci[7].
Qualche rara signora della borghesia locale ostentava pure, annotava Cesare Malpica, modelli dei sarti francesi Giroux e Cardon, acquistati a Napoli[8] , ma il tedesco Gustav Meyer preferiva, nonostante il misero abbigliamento, le avvenenti popolane, perché “sono ben fatte, sono chiare di viso e portano i capelli  a trecce, fissati dietro la nuca, come si possono ammirare nei busti antichi di donne greche”. D’inverno, però, ogni bellezza svaniva  sotto scialli e mantelli di grossolana fattura: maschi e femmine si somigliavano un po’ tutti, agli occhi di Juliette Figuier, “col corpo magistralmente avvolto in un mantello di panno e con la testa coperta”[9]. Le Statistiche, infine, aggiungevano laconicamente: “la biancheria non si cambia che dopo 15 giorni e gli abiti due volte l’anno.
I più poveri, vestiti di cenci non li cambiano se non quando ne cadono i pezzi”[10].
La diffusa indigenza unita alla nutrizione carente di proteine animali, l’inosservanza delle norme di igiene, l’assenza di forme organizzate di assistenza sanitaria, affidata per lo più alla pietà dei religiosi, contribuivano a rendere le infezioni e la morte una minaccia sempre incombente sulla città, dove malaria e tubercolosi provocavano numerosi decessi ogni anno. Anche altre cause, però, come la lunga permanenza lavorativa all’aperto nei campi, l’impossibilità di fare ritorno a casa al calare della sera per le notevoli distanze, la qualità scadente dell’acqua ed il clima caratterizzato da forti escursioni termiche e da umidità notturna, concorrevano a mietere vittime tra gli indigenti e, in particolare, tra i braccianti.
Costoro, infatti, durante l’intero periodo della mietitura, dormivano all’addiaccio, esposti all’aria fredda della notte, e bevevano acque cattive e vino salmastro, rimanendo, così, vittime delle febbri terzane, di pleurisie, asma, reuma, ostruzioni del basso ventre, tisi, cachessia; mentre, di giorno, quando erano impegnati nel lavoro, venivano, con frequenza colpiti dalle insolazioni[11]. La campagna del Tavoliere era, quindi, malsana e, riferisce il Cimaglia, “la morte della specie umana vi è assai frequente, come vi è attiva la riproduzione”: la vita media, in effetti, ai primi dell’Ottocento, aveva tra le classi umili una durata non superiore ai trenta anni. A Foggia, nel 1813, si registrò un tasso di mortalità del 60 per mille; i decessi furono 310 in più delle nuove nascite ed il saldo naturale della popolazione segnò un passivo del 15 per mille[12].

Nei decenni successivi la situazione non registrò significative variazioni, perché, osservava Michele Buontempo, nel suo Cenno storico statistico, la condizione delle classi meno abbienti di terrazzani, carrettieri e bifolchi continuava a rimanere critica, anzi, in seguito ai falliti tentativi borbonici di bonifica, nel solo anno 1842, su una popolazione di 23.552 unità, perirono 290 neonati; 201 bambini dai 2 ai 7anni; 136 adolescenti dagli 8 ai 18; 430 individui dai 19 ai 50[13].
Al momento dell’unità nazionale, il prefetto Scelsi non mancò di segnalare alle autorità centrali quali fossero i provvedimenti da adottare  con urgenza; tuttavia, nulla fu realizzato, cosicché a metà Ottocento una statistica di Luigi Della Martora continuava a segnalare la permanenza di un calo demografico impressionante: 126.809 nascite contro 126.582 morti in provincia e 12.147 contro 12.948 nel capoluogo, dove erano impegnati a fronteggiare la critica situazione soltanto 35 sanitari, tra medici e farmacisti, e due ospedali: uno maschile, gestito dai frati di San Giovanni di Dio, con 70 posti letto, e l’altro femminile, affidato alle suore della Carità, capace di ospitare 14 inferme al giorno[14]. L’emergenza igienica, comunque, avrebbe potuto trovare soluzione soltanto nella realizzazione delle opere di bonifica: un ambizioso progetto fu elaborato da Camillo Rosalba, ingegnere del genio Civile, ma rimase sulla carta, per il mancato finanziamento dei necessari 24 milioni da parte dello Stato e delle Amministrazioni Locali[15].
Di fronte a tanto pericolo era inevitabile “fuggire da Foggia” e tutti, in verità, scappavano via, un po’ esasperati dalla sporcizia e dai disagi, ma soprattutto angosciati dal timore di rimetterci la pelle: i viaggiatori si trattenevano giusto il tempo di riposare, mentre attendevano il cambio dei cavalli, ed i mercanti quanto era necessario a concludere i propri affari. La città, pertanto, rimaneva chiusa in se stessa ed isolata dal mondo esterno, cosicché Paul Louis Courier,  quasi descrivesse una colonia da incivilire, annotava: ”Foggia sfugge ancora all’impero del progresso e ha tutta l’originalità di un paese vergine; la natura conserva qui l’aspetto selvaggio e il popolo la spontaneità dei suoi istinti”. A proposito di questi ultimi, però, informazioni più dettagliate sono, di certo, reperibili nei rapporti pubblicati sul Giornale dell’Intendenza dai funzionari di polizia, costretti a prevenire ogni tipo di reato, ma soprattutto il borseggio, considerato una pratica quasi legittima contro le difficoltà della vita: “Chi ara diritto, muore disperato”, suonava, appunto, un proverbio locale.
Così tutti si davano da fare, con maggiore o minore destrezza, a danno degli incauti forestieri ed uno di questi lasciò la seguente risentita denuncia: “A Foggia, cioè in terra latronum, pullulano i ladri, ed è un’arte il rubar così onorata e profittevole, e senza pericoli, che tutti la vogliono fare”[16]. Accanto al furto, l’altra risorsa locale era Pontescuro: un vicoletto insignificante, eppure arcinoto ai residenti ed ai frequentatori abituali della città, perché vi avevano eletto la
propria residenza un grande numero di professioniste dell’amore: di qui, quel continuo e lucroso via vai destinato a suscitare la scandalizzata condanna di Francesco Longano[17].
Foggia, però, nonostante tutto, era una città che amava  divertirsi, circostanza così sottolineata, da Michelangelo Manicone: “non si può descrivere l’ardore, la frega e la voglia spasmodica che hassi qui dagli uomini e dalle donne, dai ricchi e dalla plebe per le feste e gli spettacoli”[18]. La vera passione dei suoi abitanti, infatti, come ebbe modo di osservare Cesare Malpica, era il teatro: i drammi buffi in musica e le commedie in prosa venivano, spesso, rappresentate da compagnie di buon livello atistico, provenienti dalla capitale, le quali riscossero l’approvazione di autentici esperti[19].
La scrittrice Juliette Figuier annotò in proposito: “qualche sera a Foggia, avevamo la risorsa del teatro. Gli attori, e soprattutto le attrici, avevano una estrema semplicità di tono e la loro interpretazione era così naturale, da fare fatica a pensare di essere a uno spettacolo”[20]. Questo gusto per le rappresentazioni si era educato nel corso del Settecento, quando in città era stata istituita addirittura una orchestra stabile mantenuta a spese del Doganiere[21]; per la prosa,  invece, nello stesso periodo, funzionava un teatrino lercio e sporco[22], mentre durante l’Ottocento furono operativi almeno quattro edifici teatrali: accanto al più prestigioso, l’attuale Giordano, c’era il Politeama, costruito in legno, e l’Olimpia e l’Eden Parisien autentici baracconi e, si direbbe oggi, sale a luce rossa, data la natura degli spettacoli allestiti.[23]
Foggia non offriva altre occasioni di svago se non il vino ed il gioco d’azzardo: molte le cantine, più o meno sordide, e, ai primi del secolo XIX, addirittura un casinò, segnalato da Paul Louis Courier e da Carlo Maria Villani presso il palazzo del marchese De Luca e gestito in maniera esclusiva dai soliti forestieri: non a caso il regolamento ne vietava l’ingresso a domestici, operai, artigiani, contadini[24]. Essi, però, non si persero d’animo e, manifestando uno spirito d’iniziativa insospettato, si organizzarono in maniera autonoma: quasi d’incanto, come informa il Giornale dell’Intendenza, fiorirono riffe e lotterie, dove non mancava chi, tra un bicchiere e l’altro, fosse disposto a giocarsi quanto possedeva su tutto e contro tutti. Alla fine, però, le risse inevitabili e feroci, indussero le autorità di polizia a proibire le uniche evasioni consentite a chi conduceva un’esistenza ingrata: l’ebbrezza del vino e l’emozione della scommessa.

[1] R. V. CASSITTO, Piccole industrie rurali in Capitanata. Le ciammaruchelle, Foggia 1922.
[2] M. MANICONE, La Fisica cit., v. IV, pp. 148-155.
[3] L. PALUSTRE DE MONTIFAUT, De Paris cit., pp. 19-20.
[4] La “Statistica” del Regno di Napoli nel 1811. A cura di Domenico Demarco, Roma 1988, v. I, pp. 389-404; G. SCELSI, Statistica generale della provincia di Capitanata per cura del comm. avv. G. Scelsi prefetto, Milano 1867, pp. XVI – XVIII.
[5] M. MANICONE, La Fisica cit., v. II, pp. 158-160; La “Statistica” cit., pp. 394-395.
[6] M. MANICONE  cit., v. I, pp. 139-143.
[7] La “Statistica” cit., pp. 404-405.
[8] C. MALPICA, Il giardino d’Italia cit., pp. 61-62.
[9] J. FIGUIER, L’Italie cit., pp. 366-367.
[10] T. NARDELLA, Serafino Gatti e la Capitanata nella Statistica Murattiana del 1811, Foggia 1975, pp. 58-60.
[11] C. DE CESARE, Delle condizioni economiche e morali delle classi agricole nelle tre provincie di Puglia per Carlo De Cesare, Napoli 1859; G. SCELSI, Statistica cit., pp. XXVI-XXVIII.
[12] S. MARTUSCELLI, La popolazione del Mezzogiorno nella statistica di Re Murat, Napoli 1979, pp. 332-335.
[13] M. BUONTEMPO, Cenno statistico di Foggia, in REALE SOCIETA’ ECONOMICA DI CAPITANATA, Giornale degli Atti della Reale Società Economica di Capitanata, Napoli 1841-1842, v. VII, pp. 81-102.
[14] L. DELLA MARTORA, Indagini sulla mortalità in Capitanata in “Bollettino medico-chirurgico del Comitato di Foggia” I, 1875, 3, pp. 60-63; M. PAPA, Economia ed Economisti di Foggia (1089-1865), Foggia 1933. Sulle vicende dei due Ospedali, cfr.: M. DI GIOIA, La Diocesi di Foggia. Appunti per la storia, Foggia 1955, pp. 299-300.
[15] C. ROSALBA, Canale d’irrigazione nel Tavoliere di Puglia. Progetto dell’Ingegnere del Corpo Reale del Genio Civile Camillo Rosalba, Foggia 1868.
[16] P. L. COURIER, Lettere cit., p. 250.
[17] A proposito del vicolo detto Pontescuro, cfr.: M. MANICONE, La Fisica cit., v. IV, pp. 55-56.
[18] M. MANICONE cit., v. II, pp. 236-237.
[19] C. MALPICA, Il giardino d’Italia cit., pp. 66-67.
[20] J. FIGUIER, L’Italie cit., pp. 368-369.
[21] A. VITULLI, Un’orchestra stabile a Foggia nel ‘700, in “Rassegna di Studi Dauni”, VI, 1979, 1-4, pp. 105-106.
[22] M. MANICONE, La Fisica cit., v. II, pp. 236-237.
[23] Sulla loro storia, cfr.: A. VITULLI, I teatri di Foggia nei secoli XVIII e XIX, Foggia 1993.
[24] Il Giornale Patrio Villani. I (1801-1810). A cura di Pasquale di Cicco, Foggia 1985, p. 169.

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